La Donna salverà il mondo?

Scritto da Piero Priorini

(dal libro: AfricAzonzo)

Era la mia seconda o terza ora di lavoro, in una mattinata primaverile di tanti anni fa, quando la giovanissima paziente che mi sedeva di fronte sulla vecchia ma comoda poltrona del mio studio di psicoterapia, guardandomi con un misto di curiosità, interesse e provocazione maliziosa, mi rivolse improvvisamente la domanda: “Ma insomma perché nelle fiabe, nelle favole, nelle leggende e perfino nella maggior parte dei romanzi e dei film moderni le “principesse” sono sempre tutte belle e buone e invece gli “eroi” sono forti e coraggiosi?”
La guardai estasiato, e avvertii un flusso di parole, immagini e argomentazioni che, ove non mi fossi controllato, si sarebbe riversato con una irruenza del tutto inutile nella sua giovane anima.
Rimasi tuttavia senza fiato, come solo poche volte mi accade, quando qualcuno, con una semplice domanda, attiva in me mondi di pensiero complessi e articolati, immagini e forme dalle mille sfumature che attraverso avventurosi percorsi analogici si collegano ad altre forme e ad altre immagini, ampliandosi, arricchendosi reciprocamente, dilatandosi fin quasi a perdere il nesso originale, per poi tornare a distillarsi in una sintesi che tutto quel flusso racchiude.
La Bellezza del Femminile e la Forza del Maschile… Dio mio… Che magnifica domanda…
Dove la loro origine? Quale il loro più profondo significato? Perché tutti noi – uomini e donne –subiamo il fascino di questi attributi “complementari” di genere e lo viviamo come irrisolvibile, pervasivo, irrinunciabile? In grado di condizionare la nostra vita intima per tutta la sua durata e di sospingerci ad una simbolica riunificazione con l’Altro, prima o poi, in una forma o nell’altra.
La giovane, non più ragazzina ma non ancora donna, mi guardava fiduciosa, ma io ancora boccheggiavo sotto l’urto della sua domanda. Letteralmente non sapevo come fare per risponderle: “dove” cominciare, come continuare  e in che modo finire.
Davvero! E’ incredibile l’effetto deflagrante che a volte possono avere alcune domande…
Per me, comunque, fu come se all’improvviso si fossero aperte le chiuse di una gigantesca diga e ora le acque, che prima erano contenute in uno stato di quiete nell’immenso bacino della mia anima, si riversassero invece furiose, travolgenti, imperiose nei varchi appena aperti.
Stavo rischiando di affogare nei miei stessi pensieri.
In un qualche modo mi calmai… non ricordo bene come. Probabilmente cercai di immedesimarmi nella giovane età della mia interlocutrice, negli studi che aveva fatto e nelle immagini che, di conseguenza, doveva avere a disposizione… e confezionai una risposta adeguata. È probabile che riuscii a soddisfarla – o almeno, spero di esservi riuscito.
Ma certamente io rimasi come bloccato: da una parte stimolato a dare ragione delle radici trans-personali e archetipiche della Bellezza e della Forza come qualità che contraddistinguono, rispettivamente, il Femminile e il Maschile. Dall’altra impossibilitato a farlo per la vastità dell’ argomento, la pochezza del tempo a disposizione e la giovane età della mia paziente.
Il risultato fu che da allora, e sono passati circa dieci anni, quella domanda ha continuato a riecheggiare in me e la risposta – per quanto incredibile ciò possa sembrare – ha continuato a crescere, ad arricchirsi di ulteriori nessi ed analogie e a cercare di trovare una qualche occasione per essere finalmente esposta in modo completo e dettagliato. Ad un certo punto arrivai a progettare di scrivere un piccolo saggio solo su questo argomento, ma ogni volta impegni più urgenti mi costringevano a rinviare la sua stesura. Finché una serie di piccole esperienze, ordinarie e senz’altro insignificanti all’apparenza, portarono tutto questo materiale psichico vicino all’ebollizione. Poi, a zonzo per l’Africa, incontrai la storia di Nadine Djuruba… e decisi che era arrivato il momento di liberare tutte queste immagini e lasciare che finalmente prendessero una qualche forma. La storia straordinaria di Nadine sarebbe servita non solo come contro-canto alle mie riflessioni ma anche, e soprattutto, come aggancio letterario al libro sull’Africa che stavo già scrivendo e che attendeva – guarda caso –  solo l’ultimo capitolo.
Raccolsi perciò le idee e mi misi al lavoro…

Ho iniziato questo libro citando un pensiero di F. Dostoevskij che è stato fondamentale per la mia formazione umana e professionale. Sarebbe stato perciò scorretto, da parte mia, chiuderlo senza accennare a questo altro suo pensiero, forse ancor più celebre e originario. Un pensiero nella cui fondatezza ripongo oramai tutte le mie speranze per il futuro dell’avventura umana:

“La Bellezza salverà il mondo.” (1)

E’ probabile – anche se non posso esserne sicuro – che Dostoevskij si riferisse alla Bellezza intesa ancora come la terza componente di quella Superiore Entità – Una e Trina – che una volta riuniva il Buono, il Vero e il Bello. In effetti così la si intendeva nei tempi più remoti; nel divenire storico, tuttavia, questa primordiale unità non solo andò frantumandosi, smarrendo il collegamento che in origine ogni principio manteneva con l’altro, ma soprattutto degenerò, permettendo ad ognuno dei tre principi che una volta la componevano di manifestarsi ed esprimersi al livello più elementare. Il Vero oggi si è perduto nelle elucubrazioni razionali del Relativo. Il Buono si è trasformato prima nel Giusto, ed è scivolato poi dalle atmosfere rarefatte dello “spirito della legge” a cui una volta si ispirava, per ritrovarsi infine a mendicare tra la “lettera dei codici” e i mille cavilli con cui gli uomini lo hanno svilito. Il Bello, infine, ha perduto l’antica connessione con l’intimità e con l’ esperienza metafisica a cui questa allude per divenire pura esteriorità.
Inutile, tuttavia, rammaricarsene. Come ho più volte sostenuto, il processo evolutivo della nostra specie – ispirato e guidato dall’impeto propulsivo della civiltà occidentale – a questa meta ci ha condotti… e da qui dobbiamo ripartire, ammesso che si voglia proseguire.
Perciò non a caso il delizioso saggio di Stefano Zecchi(2), professore ordinario di Estetica all’università di Milano, intitolato “Le promesse della bellezza”, si apre con uno sguardo disincantato sui nostri tempi, e non su quelli passati, quando l’accostamento della bellezza con la morale era ancora legittimo. Nel saggio – che nella forma letteraria riecheggia gli antichi dialoghi filosofici – il professor Zecchi racconta e svela ad un ipotetico discepolo i segreti della bellezza del corpo umano, quelli della bellezza della natura e, infine, quelli della bellezza artistica delle opere dell’uomo: dalla pittura alla scultura, dalla musica alla poesia, alla danza, all’architettura e infine al cinema. Un piccolo, prezioso saggio che con parole semplici e commosse solo nelle ultime pagine riconduce il lettore-discepolo alle origini dei tempi e lo invita a comprendere come e perché, ancora oggi, la Bellezza potrebbe e dovrebbe riunirsi al Buono e al Vero se solo fossimo capaci di apprezzarla davvero e difenderla contro tutto ciò che la minaccia.
Un opera piccola ma completa, quella di Zecchi, a cui rimando volentieri ogni lettore interessato, ma dalla quale io prenderò solo alcuni spunti, qua e là, avendo a cuore differenziarmene per alcune idee che vorrei invece sforzarmi di prospettare al lettore curioso e spregiudicato.
La prima di esse – che non ho dubbi, risulterà discutibile – è che anziché attribuire la bellezza al corpo umano in generale, io credo che essa vada attribuita in special modo al corpo femminile. Solo la donna, infatti, in quanto essere femminile, è la portatrice legittima della Bellezza, quale che sia la natura ultima di questa. E se anche è innegabile che nei tempi della Grecia classica fosse la bellezza del corpo maschile ad essere esaltata, e che in tempi recentissimi lo stesso uomo, in quanto maschio, si sia ri-appropriato di questo attributo, io credo che ciò sia dovuto più alla decadenza epocale dei nostri costumi moderni che non – come sostiene Zecchi –  ad un legittimo ritrovamento. Come junghiano, infatti, sono più che convinto che uomini e donne abbiano sempre espresso, esprimano oggi e sempre esprimeranno nella “commedia del mondo” aspetti, elementi e significati che rimandano alla diversificazione primigenia dell’Uno Originario (o Uroboros o Caos Primordiale o Tao o comunque lo si voglia chiamare) appunto nei due Principi del Maschile e del Femminile dai quali poi, in seguito, si generarono tutte le altre divisioni. Maschile (Yang) e Femminile (Yin) non sono però sinonimi di uomo o di donna; non rappresentano la proiezione simbolica delle loro differenti qualità; piuttosto sono Archetipi di Qualità opposte e contrarie che, tuttavia, giungono ad adombrare e a caratterizzare in maniera specifica l’esperienza degli uni e delle altre. Questo non significa che in ognuno di noi – uomo o donna – non siano presenti in forma latente anche forze, attitudini e potenzialità più specificatamente appartenenti all’altro genere; vuole solo significare che in quanto uomo o in quanto donna ognuno di noi è chiamato a realizzare una esperienza esistenziale totalmente Altra, la cui essenzialità non si manifesta solo nella diversità degli organi corporei interni ed esterni, nelle diversità morfologiche generiche o nelle diverse potenzialità e attitudini, quanto piuttosto nella diversa Qualità metafisica dell’esperienza stessa. Se volessimo esagerare, si potrebbe addirittura sostenere che in quanto uomini o donne ognuno di noi viva su un pianeta o, meglio, su una galassia, affatto diversa e che solo la tensione reciproca che come opposti esprimiamo forzi questi due mondi ad un tentativo di sovrapposizione, per altro improbabile.
L’uomo, in quanto ispirato dal Principio Maschile, incarna l’energia, la forza, il coraggio dell’ azione nel tempo e nello spazio, l’irrompere della vitalità dall’inerzia originaria, il fluire caparbio del movimento fino allo scontro, anche violento, con qualunque cosa osi trattenerlo o arrestarlo. Nell’uomo si incarna la tensione costante verso il divenire, la determinazione all’impresa, al fare, a distruggere per ricostruire, a ricercare, ad esplorare…
La purezza del flusso energetico originario si manifesta nell’erezione dell’organo sessuale maschile la quale, sottratta alla volontà ordinaria dell’uomo, può essere riconosciuta come una vera e propria teofania. L’erezione del pene “accade”, si verifica fuori da qualunque ordinario auto-controllo e, lungi dall’ esaurirsi nell’esaltazione fallico-narcisistica del suo “portatore”, piuttosto racconta ed allude alle sue origini cosmiche. Come ha più volte sostenuto lo stesso E. Neumann(3), il fallo eretto rappresenta l’asse portante dell’identità maschile, il basamento esperenziale propriocettivo sul quale viene edificata la struttura della personalità di ogni uomo. Mi si permetta di ribadirlo: al di là di qualunque inevitabile esibizionismo, di qualunque celebrazione narcisistica o di qualsivoglia infantile ostentazione, resta il fatto incontrovertibile che sull’erezione del pene si sostiene tutto il castello della identità egoica maschile. Attraverso il fallo eretto, infatti, scorre il flusso impetuoso dell’energia cosmica nella sua polarità, vitale e distruttiva, creatrice da una parte ma anche aggressiva, violenta e mortifera. Una polarità molto difficile da comprendere e ancor più da riconoscere in sé, della quale solo un ricercatore esperto e visionario come J. Hillman(4) poteva lasciarci una testimonianza diretta nel suo ultimo, inquietante e discusso libro: “Un terribile amore per la guerra”. Un’opera fondamentale per la conoscenza del maschile, rispecchiandosi nella quale qualunque lettore onesto e di buona volontà potrebbe scorgere e comprendere il fascino che su ogni uomo ha sempre esercitato la “possessione” da parte di Ares, il dio della guerra. Se poi questo stesso lettore fosse abbastanza spregiudicato e coraggioso da non chiudere gli occhi di fronte alle crude verità del mondo archetipale, attraverso la contemplazione della relazione amorosa trasgressiva tra Ares ad Afrodite, potrebbe addirittura arrivare a scoprire l’occulto, possente legame che ha sempre unito in un irrisolvibile amplesso Amore e Morte.
Come che sia. Resta un fatto che in tutte le civiltà “primitive” – e sarà oramai chiaro che con ciò io intendo quelle che “ancora ricordavano” – i rituali che per gli uomini sancivano il passaggio dalla condizione adolescenziale a quella adulta erano incentrati su prove di forza, coraggio, abilità, sopportazione del dolore e mantenimento di uno stato vigile della coscienza pur nelle situazioni estreme. Solo il superamento di queste prove iniziatiche aprivano l’accesso al mondo adulto.
Per le donne era diverso: le prove che decretavano il passaggio dall’adolescenza alla maturità ruotavano infatti attorno alla conoscenza dei “misteri del sangue”, quelli della vita e della morte, quelli dell’uso delle sostanze medicamentose e alimentari e, infine, quelli dell’igiene e della cura del proprio corpo. Perché se il fallo eretto è sempre stato l’asse portante dell’identità maschile, la bellezza ha sempre rappresentato invece la quinta essenza dell’identità femminile. La donna infatti, ispirata dal Principio Femminile, incarna l’energia recettiva, la fantasia esuberante della fertilità, la continuità della vita antecedente alle categorie del tempo e dello spazio. La donna incarna la ciclicità della metamorfosi, la duttilità e la morbidezza della sostanza originaria dalla quale fu plasmato il mondo, l’attitudine a contenere, trasformare e restituire, la pazienza infinita della cura, l’equilibrio, l’armonia, l’eleganza, la bellezza della creazione. Le rotondità del corpo alludono alla perfezione della “forma senza forma” degli archetipi, la plastica elasticità dei suoi movimenti naturali ricorda la danza degli elementi primigeni anche se, dietro l’incanto, si cela l’orrore della dissoluzione che sempre precede ogni nuova creazione. La Bellezza è donna, e ogni donna, volente o nolente, al di là di qualunque masturbazione intellettuale favorevole o contraria, in cuor suo è consapevole di questa relazione occulta che la fa sentire responsabile di esprimere la bellezza nel miglior modo possibile.
Nascono così, fin dalla notte dei tempi, le tipiche arti femminili del trucco e della moda, attraverso le quali tutte le donne del mondo – a prescindere dalla loro cultura di appartenenza – si sono sempre sforzate di occasionare quella magica e sopra-naturale trasformazione di sé per apparire ancora più belle, ancora più seducenti di come la natura le ha formate. Magari con un semplice fiore tra i capelli, con un velo sottile di farina di patate a coprire le imperfezioni della pelle, con un piccolo tatuaggio o una scarnificazione cicatriziale. Ma comunque ancora più belle…
Perché? A quale richiamo ubbidiscono? E – soprattutto – quale funzione assolvono attraverso la cura e l’ostentazione della bellezza?
La psicanalisi freudiana ortodossa, ispirandosi alle teorie evoluzioniste di Darwin – per il quale nelle specie animali la bellezza non sarebbe che il frutto della selezione naturale, affinché i maschi più forti siano preferiti dalle femmine più belle – si è sempre accontentata di vederla come un elemento più o meno necessario all’accensione del desiderio sessuale.
Che questo accada è un fatto incontrovertibile, osserva acutamente Zecchi nel suo saggio, ma il fatto è che accade spesso anche il contrario: chi di noi non ha sperimentato infatti l’indifferenza sessuale per una bella donna, magari perché “fredda”, o supponente, altezzosa e arrogante o, molto più semplicemente, anche solo antipatica? E ancora, quale uomo potrebbe negare di essere stato travolto dall’urgenza del desiderio, almeno in qualche rara occasione, pur di fronte ad una donna che proprio bella non avrebbe mai potuto essere considerata? Basterebbero queste due sole osservazioni a far cadere tutta l’impalcatura teorica freudiana rivelandone il pervasivo, sconcertante riduzionismo. Tuttavia sarebbe difficile, se non addirittura impossibile, negare alla bellezza di una donna la capacità di accendere il desiderio. Ma il fatto è che non c’è bisogno alcuno di negarglielo, anzi… il contrario. Si tratterebbe piuttosto di spingere lo sguardo ancora più a fondo e scoprire così la dinamica complessa che vi si cela. Perché se la bellezza, da sola, non necessariamente accende l’impulso sessuale, è anche vero che se coniugata ad altri elementi, non solo ne sollecita la soddisfazione ma, soprattutto, tende a far nascere dei sentimenti d’amore.
Nel suo piccolo saggio il professor Zecchi, anche se in maniera molto più raffinata della mia, arriva a proporre le stesse considerazioni, per poi amplificarle mostrando come anche la bellezza che si esprime nella natura e nell’opera d’arte insista verso lo stesso fine. Contemplandola, l’essere umano tende a superare la propria natura e a cogliere “qualcosa” che infine lo trascende. Educato al Bello, qualunque essere umano potrebbe arrivare a cogliere l’incanto del mondo e del flusso di vita al quale partecipa; molti potrebbero arrivare ad osservare con meraviglia l’insieme delle leggi che governano l’universo e a ridimensionare considerevolmente l’importanza del proprio piccolo ego. Incantati dalla Bellezza, è possibile che tanti finirebbero per trovare validi motivi per essere più attenti, più rispettosi, più grati e, in ultima analisi, più buoni.
In tal senso la Bellezza parla agli uomini e alle donne, questo è ovvio, ma io sono però convinto che la bellezza femminile, in particolare, abbia la capacità di sollecitare la sensibilità tendenzialmente grossolana del maschile. Perché se è relativamente facile che una qualunque donna si possa incantare di fronte all’equilibrio cromatico di una tela, alla melodia di un violino, o alla magia di un semplice fiore di campo, bisogna però ammettere che questo è molto più difficile per un uomo. Soprattutto oggi che – come vedremo in seguito – della educazione al Bello non è rimasta più alcuna traccia e la Bruttezza è lasciata libera di contaminare il mondo.
È difficile che un qualsiasi uomo si possa commuovere di fronte ad un semplice tramonto… ma davanti alla bellezza che si incarna in una giovane donna il discorso cambia radicalmente e, spesso, anche se non sempre, il più rude guerriero può avvertire “qualcosa” dentro di lui “cedere” sensibilmente e aprirgli le porte verso l’infinito.
La Bellezza – ha scritto il filosofo Massimo Scaligero(5)– stempera la rudezza dell’uomo virile. La dolcezza, la poesia, l’amore, la compassione educano la durezza del guerriero a non crollare, a non irrigidirsi titanicamente dinnanzi alla trascendenza del mondo spirituale.
“Mio Dio… come sei bella!”
Credo sia la frase più banale ma, nello stesso tempo, più urgente, autentica e sincera che almeno una volta nella vita la maggior parte degli uomini si sia trovato a pronunciare guardando la propria donna negli occhi. “Dio… Come sei bella!” pronunciata con intensa commozione e con la gratitudine infinita di chi, attraverso questa peculiare esperienza estetica, intuisce di essere alla soglie di un mondo di cui aveva perduto persino il ricordo.
Come mi confidò un paziente, tanti anni fa, anch’io sono infatti convinto che la bellezza delle donne possa essere immaginata come una porta, o meglio, una finestra, attraverso la quale è stato concesso a tutti noi uomini di gettare uno sguardo oltre la soglia della realtà fisico-sensibile nella quale siamo imprigionati. A riprova di ciò invito tutti i miei lettori a fare mente locale non soltanto sulle proprie esperienze d’amore ma anche su qualsivoglia romanzo o film o testo teatrale possano mai aver letto o visto… e sono pronto a scommettere: se nell’opera presa in esame si trova una qualsivoglia scena d’amore tra un uomo e una donna, immancabilmente l’uomo ad un certo punto avrà guardato la donna e, con voce commossa ed enfatica, avrà sussurrato: Oddio …come sei bella!
A questo proposito vorrei ancora ricordare come lo stesso “streep tease ”, per quanto oggi criticabile per la rozzezza e la volgarità nelle quali è decaduto, affondi invece le sue origini negli antichi culti misterici. La “danza dei sette veli” – durante la quale la danzatrice si liberava uno dopo l’altro dei veli diversamente colorati che ricoprivano il suo corpo nudo – oltre a rappresentare la purificazione in successione (uno dopo l’altro) dei sette chakra, di fatto introduceva gli adepti alla contemplazione della ”Iside Svelata”. Che non era tanto, o non solo, una esperienza del corpo nudo della danzatrice quanto piuttosto alludeva alla conoscenza della Verità di cui la Iside-Sophia – nei culti praticati in Egitto già dal 2000 a.C. – era la personificazione. Una origine simile ebbe  la “danza del ventre”, nata più tardi nel Medio Oriente, nella quale i movimenti quasi ipnotici del bacino della danzatrice, pur attraverso esplicite allusioni al piacere sessuale che potrebbe dispensare, invita gli astanti ad entrare in una dimensione alterata della coscienza dove la violenza del desiderio si fa energia trainante per una esperienza trascendente.
Mi rendo ovviamente conto di quanto assurde possano apparire oggi, alla maggior parte dei miei lettori, tutte queste considerazioni, eppure ciò è dovuto esclusivamente al fatto che nella moderna coscienza collettiva non è rimasto nemmeno più il ricordo di queste antiche radici. Ciò nonostante lo strapotere che, attraverso il corpo della donna, la Bellezza ha sempre esercitato sugli uomini non si lascia deporre né tanto meno umiliare: non certamente dai patetici spogliarelli maschili – che sono solo delle squallide pantomime escogitate dal pensiero astratto di sedicenti rivoluzionari – a cui manca la radice archetipica per durare nel tempo e superare la moda del momento. In ogni caso in questi ridicoli spettacoli manca la potenza travolgente, l’atmosfera rarefatta e nello stesso tempo parossistica che si realizza ogni volta che una donna si sveste languidamente dei suoi capi d’abbigliamento. Perché, come fin troppo bene sanno tutti gli psicologi pubblicitari, solo la Bellezza che si riversa nel corpo della donna incanta lo sguardo, cattura l’attenzione, trasporta la fantasia oltre i confini del tempo e dello spazio, in un Altrove indefinito e indefinibile dove l’avventura umana è ancora tutta da realizzare. E, in quell’indefinito mondo che attende le nostre gesta, meglio sarebbe se gli uomini-eroi fossero forti e coraggiosi piuttosto che belli e vanesi. Perché occorre una forza grande e un coraggio inusuale per realizzare il bene di cui quel mondo necessita. Occorre un eroismo estremo per sviluppare quella libertà morale che è lo scopo segreto dell’intera creazione. Realizzare il male, invece, è fin troppo facile. E’ semplice e – oserei dire, contraddicendo l’opinione di  J.J.Roussou – del tutto naturale.
Perciò l’Eroe che lotta contro il Drago è sempre stato metafora dell’uomo che lotta contro se stesso o, meglio, contro la componente arcaica, selvaggia, istintiva e malvagia della propria natura; metafora dell’uomo che lotta per liberare l’anima prigioniera e restituirle la dignità che la sua natura reclama. La bellezza ineffabile della prigioniera, che il Drago trattiene incatenata ad uno spuntone di roccia, sprona l’eroe alla lotta, centuplica le sue forze, lo sostiene nello sforzo immane necessario per opporsi alla furia devastante dell’antico nemico.

Ora voglio sperare che nessuno mi giudichi così ingenuo da ignorare il fatto che – nonostante le convinzioni su riportate – per molti uomini la bellezza femminile possa limitarsi ad accendere l’impulso sessuale e ad esaurirsi nella sua pura soddisfazione. Che questo accada è un fatto che non intendo minimamente negare. Piuttosto, quello che intendo sostenere è che sulla spinta del desiderio, come cavalcando la pura energia dell’Eros, l’uomo moderno avrebbe la possibilità di inoltrarsi su un cammino di trasformazione e maturazione interiore. Quello a cui alludo dunque è solo ad una opportunità evolutiva, ad una occasione di crescita cui nulla ci obbliga ma che ritengo essere tale a prescindere dalla sua immediata riconoscibilità.
Quando molti anni fa – dopo una lunga pratica di alpinismo, sci ripido e volo in parapendio – scrissi il saggio “Attività estreme e stati alterati di coscienza”, sostenni che tali attività, oltre ad indurre uno stato di equilibrio e centratura della personalità, possono altresì occasionare delle “esperienze di soglia” grazie alle quali chi le pratica – se davvero aperto e spregiudicato – potrebbe gettare uno sguardo su dimensioni poco conosciute della Realtà. Sapevo bene che la maggior parte delle persone si accosta a tali attività per gioco, per sfida, per noia o per esaltazione narcisistica di sé; e che solo una percentuale piccolissima è invece in grado di coglierne le più complesse implicazioni. Ma questo non toglie nulla al fatto che, per tutta una serie di dinamiche da me documentate, queste esperienze di soglia siano realizzabili e costituiscano l’essenza delle attività estreme.
La medesima cosa avviene nella relazione che l’uomo stabilisce con la bellezza della donna. Sono ben consapevole che la maggior parte degli uomini può viverla come attrazione fine a se stessa, come sfida al possesso o come valore da esibire per esaltare se stessi. Ma questo nulla toglie al fatto che, in determinate condizioni, la bellezza femminile possa incantare anche il più insensibile degli uomini ed evocare in lui forze di devozione, compassione e moralità.
Non saprei dire se anche il coraggio e il vigore dell’uomo-eroe abbiano questo potere evocativo nelle donne, spingendole a trovare dentro se stesse forze che altrimenti potrebbero mancare di sperimentare. Ma ho il pieno convincimento che ciò possa avvenire nell’uomo – se non altro per esperienza diretta e per le centinaia di testimonianze da me ricevute in sede di terapia – spingendolo ad accogliere sentimenti di amore che, altrimenti, potrebbero risultargli estranei.
Credo comunque che questo sia il significato che si nasconde dietro la coppia archetipica “della principessa bella e buona e dell’eroe forte e coraggioso” e che questo sia l’unico vero motivo per cui tutti noi, uomini e donne, continuiamo ad apprezzare fiabe, leggende, storie, romanzi e film nei quali, anche se in forme sempre diverse, questo tema si ripropone.
Anche gli archetipi, tuttavia, devono fare i conti con la storia, e questo a prescindere dalla immutabilità della loro essenza pre-formale. Perciò se anche è vero che in tutti i tempi la bellezza – quella femminile, ma anche quella della natura e quella dell’arte – sia sempre stata colta nel suo immediato apparire esteriore e, solo in un secondo momento, lasciata libera di ispirare nobili sentimenti, un abisso separa le modalità con cui l’uomo vi si rapportava nel passato da quelle con le quali vi si rapporta ora. Un abisso che negli ultimi tempi è diventato incolmabile, anche grazie all’opera demolitrice compiuta su di essa da certe sterili avanguardie intellettuali le quali, privandola delle sue radici metafisiche e accusandola di essere una sovrastruttura inutile del pensiero borghese, hanno creduto di poterla detronizzare ed eliminarla dalla scena dell’anima. Il risultato però è stato che, scacciata dall’Olimpo, la bellezza si è rifugiata nei mercati.
Oggi, denuncia il professor Zecchi nel suo piccolo saggio, è l’epoca del Mercato della Bellezza. Una Bellezza che se da una parte viene usata ed abusata come merce di scambio per ottenere ricchezza, potere e celebrità, dall’altra si vendica di tutti i suoi detrattori costringendoli, anche se in modo subdolo ed inconscio, in un inferno di atrocità.
Per verificarlo basta gettare uno sguardo spregiudicato nel mondo della donna moderna: diete ferree al limite dell’anoressia, acquisto compulsivo di abiti e accessori volti ad esaltare il proprio fascino e, quel che è peggio, ricorso sempre più frequente al bisturi del chirurgo, al botulino e al silicone.
Tutto questo però sarebbe ancora poca cosa se non fosse degenerato, tra le giovani e le giovanissime, in uno spregiudicato mercanteggiamento del proprio corpo e, in definitiva, della propria bellezza. In un mondo senza più senso, né scopi, né valori, abitato solo ed esclusivamente dall’urgenza dell’arricchimento fine a se stesso, perché non approfittare dei propri doni naturali e metterli in vendita, al migliore offerente? Perché sottrarsi quando con semplicità, e magari anche divertendosi, si possono guadagnare in un giorno cifre pari, il più delle volte, all’intero stipendio di un mese di lavoro di una qualunque impiegata, ancorché laureata?
Ora vorrei sperare, visto la professione che svolgo, che nessuno voglia considerarmi un pudibondo benpensante, complessato e bigotto. Come terapeuta sono viceversa convinto che una autentica libertà sessuale aiuterebbe moltissimo il recupero della salute interiore dell’uomo e della donna occidentali. Così come sono consapevole che la prostituzione è sempre esistita, da che mondo è mondo – come molti amano sottolineare – e che comunque, quasi sempre, la bellezza femminile si è riservata per il potere (sia esso politico, che economico o militare). Ma a prescindere dal fatto che “libertà sessuale” – oggi più che mai –  non dovrebbe significare libertà di accesso alla sessualità, bensì accesso consapevole, autentico e interiormente coerente, ci sarebbe anche da ricordare come, all’origine dei tempi la prostituzione fosse tutt’altra da quella che è poi diventata. Per quanto possa sembrare incredibile alla maggior parte delle persone, nei tempi antichi la prostituzione non aveva come scopo l’arricchimento di chicchessia ma si inseriva in un rituale liturgico all’interno del quale uomini e donne potevano fare esperienza della travolgente forza spirituale celata nella sessualità. Nell’accoppiamento anonimo, spesso orgiastico – a sottolineare l’assoluta indifferenza delle individualità, proprie dei partecipanti – si celebrava la potenza incontenibile degli Dei Inferi. Uomini e donne erano solo i “portatori”, il “luogo umano” dove si manifestava – come una vera e propria teofania – l’energia creatrice universale. Per questo le sacerdotesse erano considerate “Eternamente Vergini”, che non voleva dire però illibate, bensì estranee a qualunque relazione individuale, non violate da un rapporto personale con un Tu, bensì “fondate in se stesse”, autonome e indipendenti(6). La sessualità libera e promiscua abitava dunque i templi sacri, e questa stessa, identica origine la troviamo in occidente, nell’antica India, in estremo Oriente e, anche se molto più tardi, nell’America Latina. Tuttavia, con la caduta del paganesimo e l’affermazione delle grandi religioni monoteiste, soprattutto in occidente si assiste non solo ad una progressiva dimenticanza di ciò che nella sessualità si celava, ma anche ad una sua radicale condanna. Le religioni hanno sempre intuito il pericolo rappresentato dall’esperienza autonoma e indipendente del sacro e per questo si sono sempre accanite sulla sessualità che del sacro è la più intensa espressione. Ma ancora una volta: ciò che viene cacciato dalla porta spesso rientra dalla finestra e la sessualità, forzatamente resa sacrilega e impura, ha imboccato le strade del mondo. Nel mondo ha scoperto il suo potere, si è accordata sul prezzo e ha continuato la sua strada. Da allora la prostituzione è sempre stata la compagna inseparabile della falsa coscienza degli uomini che, incapaci di fissare lo sguardo negli abissi dell’Eros femminile, si sono illusi di poterlo dominare… comprandolo.
Agli inizi le donne che si piegavano al servizio dell’impotente tracotanza maschile lo facevano per fame, per miseria o per costrizione. Ma era inevitabile che, prima o poi, la donna avrebbe preso coscienza del suo potere. Così a fianco delle derelitte e delle sottomesse, che inconsce di sé si sottomettevano agli abusi degli uomini, cominciarono a comparire figure di potere: donne forti, altere e intelligenti che, attraverso la strumentalizzazione del proprio corpo, impararono a manovrare la debolezza e la stupidità dei loro rivali maschi. Perciò è vero… la prostituzione c’è sempre stata e pur nelle sue variegate forme ha incanalato il desiderio e la paura, la rivalità e l’aggressività reciproche. Le uniche forme attraverso le quali i due sessi riescono a comunicare quando sono incapaci di autentici incontri. La prostituzione è sempre stata l’Ombra del perbenismo ipocrita degli uomini, della falsa coscienza delle società moderne e, soprattutto, dell’ottusità del pensiero religioso il quale, attraverso la condanna del sesso, non ha fatto altro che alimentarla.
Si! La prostituzione c’è sempre stata… solo che il suo motivo di scandalo, la violazione morale che le si attribuisce non risiede, come si potrebbe ingenuamente credere, nella disubbidienza ad un fantomatico comandamento divino, nell’abuso del piacere o nella sua mercificazione, bensì nel disaccordo interiore, più o meno inconscio, che i due attori sono costretti a realizzare. Perché nei limiti in cui si riconosce agli uomini e alle donne una potenziale unità psico-corporea, bisogna poi ammettere che la sessualità a pagamento si rende possibile solo là dove le due unità vengono scisse. Solo in questo caso, infatti, due corpi possono incontrarsi e compenetrarsi senza che ciò sia necessariamente espressione dell’incontro e della compenetrazione della interiorità dei due protagonisti. Maggiore è la scissione di entrambi i partner, migliore è la prestazione. Peccato che in questo modo proprio la sessualità, nella quale Solov’ev(7) vedeva l’unico antidoto possibile contro lo strapotere dell’egoismo umano, appunto per la sua capacità di condurci oltre noi stessi, finisca per perdere il suo significato condannando i due protagonisti alla propria solitudine. I due corpi si incontrano, le due interiorità vagano invece all’interno di sé stesse inseguendo ognuna immagini e fantasie proprie di cui l’altro non è fatto partecipe. In pratica, ogni volta, è come se due autistici fossero costretti a far compenetrare i loro corpi.
Questo, e solo questo è il peccato della prostituzione: quello di costringere ad una sorta di schizofrenia asintomatica tutti i partecipanti del gioco. Anche se nessuno se ne accorge.
Ma in un mondo scisso come quello occidentale la scissione non fa più paura. E se il senso e il significato ultimo delle cose è andato perduto, se Dio è morto e con lui ha abbandonato la scena qualunque principio o valore che non rientri in quel “Tutto e Subito” che, partorito dalla sinistra è stato poi allevato dal capitalismo di destra, non può stupire che il gioco della prostituzione sia andato diffondendosi oltre ogni immaginabile misura. Protagonista, consapevole e consensiente, la donna moderna occidentale, che non trova più limiti nei quali contenere il proprio potere.
La riprova? Basta andare su Internet: centinai e centinaia di siti dove giovanissime donne dai 22 ai 28 anni, per lo più bellissime, colte e intelligenti, molte studentesse modello di prestigiose università, offrono se stesse per cifre da capogiro. L’incontro – promettono tute – sarà coinvolgente, appassionato, più che soddisfacente per qualunque cliente, purché ben fornito di portafoglio.
Il narcisismo, l’arroganza, la sfacciataggine e l’impudenza di questi annunci lascia senza fiato. Ne riporto uno, di pura fantasia, ma da me “costruito” – per non ledere il copyright  delle genitil dame – sovrapponendone in forma libera quattro o cinque di quelli reali e presenti nei siti:

Salve gentile visitatore. Io sono Eva, splendida modella italiana di 22 anni. Sono una escort di altissimo livello internazionale riservata a quanti – avvocati, manager, medici o industriali di assoluto alto profilo – ritengano di poter avere per se il meglio del meglio.
Non mi interessa chi volesse mercanteggiare, chiedesse sconti o mostrasse comunque imbarazzo economico, perché i miei servizi sono solo per coloro che possono vivere senza l’affanno del vile denaro. Perciò, se avete difficoltà, non fatemi perdere tempo, e rivolgetevi a colleghe che siano al vostro livello. Lasciate spazio ai veri edonisti, a chi sa apprezzare e gustare appieno il sapore del lusso e della esclusività.
Più che una escort io sono una cortigiana, i cui servizi sono destinati al Gotha internazionale che, negli ambienti più esclusivi, ricerca la geisha perfetta come compagna per i propri momenti di relax. Io non sono una “bellezza qualsiasi” ma una giovane donna istruita, educata e raffinata, in grado di accompagnare il cliente con discrezione in tutti gli ambienti. E seppur in grado di partecipare a qualunque salotto, posso altresì vantare una rigorosa conoscenza delle discipline tantriche così come del kamasutra.

Peccato che al di là della forzata identità che queste scaltre fanciulle si attribuiscono – hostess, escort, cortigiane, geishe o accompagnatrici – e al di là dell’eleganza di cui si rivestono, sempre di prostitute si tratta. Prostitute il cui compito principale – a parte quello di essere esibite qualche volta o usate come confidenti in qualche altro raro caso – è sempre quello di soddisfare qualunque fantasia sessuale maschile a prescindere dal fatto di poter essere, non dico innamorate, ma anche minimamente interessate alla vita intima e alla reale personalità del cliente di turno.
Ancor più interessante, però – e a dimostrazione dei miei convincimenti – è quello che accade ai clienti, occasionali o abituali, di queste integerrime professioniste. Da qualche tempo, infatti, sono  comparsi sulla rete dei siti nei quali gli uomini “recensiscono” le escort più richieste: per consigliare le migliori ed evitare a chiunque di fare  brutte esperienze o spendere soldi inutilmente. Ebbene, ogni tanto si incontrano commenti di questo tipo:
Splendida ragazza, davvero bravissima. Brillante e disinvolta nei convenevoli, completamente a disposizione nel sesso, come se foste il suo ragazzo. Bellissima… Ma perché fa quella vita? Prestazioni superlative, ma attenzione… fate molta attenzione, ci si potrebbe innamorare.
Non è drammatico? Proprio ciò a cui la bellezza dovrebbe condurre diventa così motivo di timore, una esperienza di sentimento travolgente dalla quale doversi difendere, ad ogni costo, imparando a godere di ciò che resta senza lasciarsi coinvolgere più di tanto. Come dicevo, accettando la scissione come un fatto scontato ed inevitabile. Come una prassi nuova e moderna di essere al mondo che uomini e donne sembrano accettare senza turbarsi più di tanto.
Poi ci guardiamo intorno e vediamo i politici e i capi di stato gozzovigliare nel potere e nei soprusi, le industrie inquinare l’habitat comune, i signori della guerra alimentare l’intolleranza e l’odio da cui traggono profitto, i giornali mentire spudoratamente per obbedire ai propri padroni, la televisione esaltare personaggi di immonda reputazione, le religioni occultare le proprie nefande contraddizioni, i liberi professionisti difendere con le unghie e con i denti le proprie baronie. Perché ci stupiamo? Perché immaginiamo che il male provenga da esseri cattivi e depravati? Oggi come oggi chiunque può essere il portatore dell’orrore. Perché il male è banale e trova facile accesso al mondo nella insensibilità morale che, come una nuova peste, si propaga tra gli uomini.
“La bellezza salverà il mondo, diceva Dostoevskij nell’Idiota. Oggi bisogna salvare la bellezza dal mondo… – scrive Stefano Zecchi nel suo saggio – [perché] è stata avvilita e deformata, è stata ridotta a poca cosa di fronte alle questioni economiche e scientifiche che agitano la nostra società.”    pag. 91
Coraggiose parole le sue, che riecheggiano una volontà di impegno. Mi chiedo tuttavia: sarà ancora possibile? Sarà ancora difendibile la Bellezza se proprio la donna, colei che la “veste” portandola ad espressione nell’umano, sempre più frequentemente l’avvilisce facendone mercato? Sarà ancora vero, come sosteneva Pavel Evdokimov7 , che “La Donna salverà il mondo”?

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1)   F. Dostoevschij L’idiota Garzanti Milano 1978
2)   S. Zecchi Le promesse della bellezza Mondatori Milano 2006
3)   E. Neumann Storia delle origini della coscienza Ubaldini Roma 1978
4)   J. Hillmann Un terribile amore per la guerra Adelphi Milano 2005
5)   G. Sermonti Dopo Darwin, Critica… Rusconi Milano 1983
“   “    La luna nel bosco Rusconi Milano 1985
“   “    Il crepuscolo dello scientismo Rusconi Milano 1975
P.C. Landucci La verità sull’evoluzione La Roccia Roma 1980
A. Gargani Il sapere senza fondamenti Einaudi Torino 1975
6)   M. Scaligero Iside-Sofia Mediterranee Roma 1980
7)   J. Evola La metafisica del sesso Mediterranee Roma 1969
8)   E. Harding Miti e misteri della donna Ubaldini Roma 1973
9)   A. Solov’ev  Il significato dell’amore  Casa di Matrionia Milano 1983
10) P. Evdokimov La Donna e la salvezza del mondo Jaka Book Milano 1980

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