La favola dell’Analisi

Scritto da Piero Priorini

Più di trenta anni di attività psicoterapica. Centinaia di storie. Tante, tante soddisfazioni; ma anche innumerevoli e dolorose sconfitte. Perché? Qual’è il punto sempre diverso in cui ogni volta si incontrano i limiti insuperabili della prassi terapeutica, quelli miei personali e quelli di ogni mio singolo paziente? Fin dove può spingersi la pietas, la partecipazione, l’impegno e il coraggio di un terapeuta? Qual è il margine di libertà e autodeterminazione che un paziente può pretendere da realizzare? Non lo so! O, meglio, non lo so più: trentasei anni di studio, di riflessioni, di pratica quotidiana e di accaniti confronti con i miei più cari e stimati colleghi hanno come disciolto il granito duro dei miei ideali giovanili, hanno lordato la mia innocenza e violato la verginità originaria della mia anima. Ma nulla di tutto quello che ho vissuto è andato perduto: la montagna si è disgregata ma i cristalli di quarzo di cui era composta si sono riordinati tra loro creando legami labili di leggiadra fattura architettonica. Oramai da molto tempo non abito più nelle inespugnabili torri d’avorio delle tautologie psicanalitiche, preferendo loro l’incanto discreto di dimore provvisorie occasionate dal depositarsi lieve di trasparenti fiocchi di neve. Costruzioni di merletto, che si scompongono ad ogni più leggero sussulto, che svaniscono ad ogni più piccola contraddizione, ma che tornano a formarsi per deposito: ogni volta diverse, ogni volta più articolate e complesse, sempre più fantastiche e improbabili.
– Funziona l’analisi? – chiede saltuariamente un Interlocutore Dubbioso che mi dimora fisso nell’anima.
– Può funzionare – ho imparato a rispondergli:
– In che cosa consiste?
Questa domanda è più facile:
– In un Incontro.- rispondo sicuro.
– Come funziona?- incalza l’Ombra Dubbiosa – Quando funziona e perché?
– Quando l’incontro è autentico e corrisponde al destino dei suoi protagonisti.
– Come sei fumoso… – mi schernisce il Fantasma
– Affatto – rispondo io risoluto – sono realista. Non è colpa mia se la realtà è intessuta di magia. Ho solo imparato a non costringerla a forza entro i confini riduttivi del conosciuto. Vuoi davvero sapere cos’è l’analisi? Come e perché funziona?
– Provaci… – mi sfida il mio interlocutore.
– Bene! Probabilmente ti deluderò. Ma non importa… C’è una vecchia leggenda asiatica che ne incarna lo spirito… sai comprendere le favole?
– Posso provarci. Va avanti, ti ascolto…
– Dunque: c’era una volta, tanti e tanti anni fa, una splendida e ricca città che era però separata dalla capitale del regno da una immensa ed intricata foresta. Non esistevano sentieri che attraversassero quella selvaggia selva, la luce solare non penetrava il fogliame degli alberi e si raccontava che di notte vi circolassero animali famelici e orchi sanguinari. Cosicché gli abitanti della ricca cittadina, per i loro smerci e scambi culturali, erano costretti a lunghi peripli che costavano quattro o cinque giorni di viaggio. A dire la verità non erano mai mancati intrepidi individui che vi fossero inoltrati; vuoi per motivi di lavoro, vuoi per spirito di avventura, vuoi per curiosità o fatale attrazione. Di loro, però, quasi sempre, non si sapeva più nulla.
– Ma senti che roba…
– Un bel giorno dunque un intrepido giovanotto, incalzato dall’urgenza dei propri affari, pensò bene di tentare l’attraversamento diretto. Si armò di tutto il proprio coraggio e partì, fidando nell’intuito.

In un primo tempo tutto sembrò andare per il meglio; ma via via che il giovane si inoltrava nella foresta questa diveniva sempre più fitta ed intricata costringendolo a laboriose divagazioni. L’impossibilità di orientarsi grazie all’osservazione diretta del percorso del sole peggiorò gradatamente la sua situazione e a pomeriggio inoltrato egli dovette ammettere con se stesso che si era davvero perduto. Presto arrivò il buio: Il giovane si arrampicò su di un albero, maledì la propria sicumera e pregò Dio di avere pietà della sua giovane vita. Passò una notte orribile. Aveva fame. Sentiva freddo: Intorno a lui fruscii, colpi secchi di rami spezzati, ululati improvvisi, soffi, brontolii, rugli selvaggi, grugniti, fischi, sibili e gloglottii. Occhi fosforescenti che si aprivano laggiù, tra le ombre ancor più scure del terreno e lo guatavano immobili, muti, bramosi.
Quando la luce dell’alba rischiarò per quello che poteva la tetra foresta il nostro giovane capì che non sarebbe sopravvissuto ad una seconda notte come quella. Scese dall’albero e cominciò a singhiozzare. Era ancora prostrato quando un novello rumore di foglie pestate richiamò la sua attenzione. Si girò di scatto e incontrò lo sguardo di uno Strano Vecchio che procedeva risoluto su un sentiero che non esisteva ma che forse lui intuiva.
– Signore… – l’apostrofò il giovane, speranzoso – conoscete forse la strada che conduce fuori da questa terribile foresta?
– Chi sei? – chiese per tutta risposta lo Strano Vecchio con un che di burbero nella voce.
– Sono un viandante che si è perduto. Ma voi signore,… il cielo vi benedica, sapreste indicarmi la direzione per la quale procedere? Conoscete la via…
– Conosco la via – rispose questa volta lo Strano Vecchio – tuttavia non è in mio potere indicartela. Ma tu, se vuoi, puoi seguirmi… e io ti condurrò fuori del bosco.
Il giovane si mise a pensarci su: lo Strano Vecchio, nonostante l’atteggiamento scorbutico, sembrava una persona per bene e lui, in fondo, cosa mai aveva da perdere?
– Insomma, fai un po’ come ti pare – riprese lo Strano Vecchio – ma deciditi.
– Ecco… veramente pensavo…
– Se vuoi seguirmi poche ciance. Sta zitto e cammina, non ho tempo da perdere né tanto meno alcuna intenzione di portarti sulle mie spalle. Devi farcela da solo
Ciò detto si girò di scatto e sparì nel bosco.
– Ti seguooooo… – gli urlò dietro il baldo giovane, un po’ sconcertato, ma anche speranzoso e tutto sommato felice di quella nuova situazione.
Camminarono per ore, seguendo indicazioni che, almeno all’apparenza, solo lo Strano Vecchio riconosceva. Per un lungo tratto procedettero dritti, poi, senza nessun giustificato motivo, piegarono ad angolo retto verso sinistra, continuarono zigzagando per un po’, disegnarono una complessa curva a destra, poi ancora a sinistra, poi un’altra a destra… e ripresero infine il cammino lineare.
Il giovane arrancava fiducioso dietro lo Strano Vecchio, quando ad un tratto ebbe l’impressione di riconoscere la radura per la quale stavano appunto passando: vi erano transitati alcune ore prima. E subito pensò “Ehi! Non sarà che anche la mia guida abbia smarrito l’orientamento. “Poi, ad alta voce:
– Mi scusi, signore… ma ho come l’impressione che siamo già passati per questo tratto di foresta e non vorrei che… ecco… forse…
Le parole gli morirono in bocca sotto la guardataccia silenziosa ma eloquente, severa e un po’ irritata dello Strano Vecchio. Alla fine questi si girò e riprese a camminare deciso. E il giovane dietro. Ma non più scanzonato e fiducioso, bensì guardingo e sospettoso. Come risultato si trovò ad osservare con maggior attenzione l’architettura lussureggiante che li conteneva entrambi. Camminarono a lungo secondo una logica davvero bizzarra e sconclusionata quando il giovane riconobbe sulla propria destra una grande pietra dalla caratteristica forma di fungo che già ore prima si era trovato ad osservare. L’avevano solo aggirata dalla sinistra, ma il posto era quello… lo riconosceva… sembra ombra di dubbio.
– Ehi… tu! Guarda che qui ci siamo già passati.
– Senti – lo bloccò lo Strano Vecchio – ti ho già detto che io conosco la strada e che tu sei comunque libero di fare come preferisci. A dire la verità non credo che tu abbia tante alternative se non fidarti di me…ma sei comunque libero di fare come vuoi. Solo non mi tediare con i tuoi sciocchi dubbi.
Scrollò la canuta testa, si girò di scatto e riprese a camminare. Questa volta il giovane si risentì. E’ vero, lui non aveva altre possibilità se non quella di credere nelle capacità di orientamento del suo compagno occasionale… ma perché questi gli negava che il loro procedere fosse incerto,…magari proficuo, perché no, …ma di sicuro accidentale.
Intanto il tempo passava, il sole aveva già superato il punto di massimo splendore e il pomeriggio già annunciava la sera. Il giovane sapeva che stanco ed affamato come era non avrebbe superato un’altra notte all’addiaccio. E poi le belve…
Riprese a camminare dietro lo strano vecchio ma questa volta deciso a dimostrare comunque  le sue ragioni. E così, senza farsi accorgere, spezzava un ramo, incideva un tronco con il temperino, rigirava una pietra, lasciava cadere un brandello sfilacciato del proprio vestiario, tracciava piccoli segnali sul terreno umido del sottobosco.
E così, dopo alcune ore, oramai sul far del crepuscolo, eccolo ritrovarsi tra i piedi un ramo secco sulla cui corteccia aveva inciso come segnale le iniziali del proprio nome.
– Ci siamo perduti! – gridò il giovane, stremato – siamo sempre stati perduti…tu mi hai ingannato… non hai mai avuto la benché minima idea di dove stessi dirigendoti e io … stolto, che ti ho seguito. Siamo perduti…moriremo…
E cominciò a singhiozzare.
– Non siamo perduti – lo consolò lo Strano Vecchio, per la prima volta con una voce che lasciava trasparire la propria partecipazione commossa al travaglio interiore del giovane – abbi fiducia… A te “sembra” che stiamo girando in tondo e che torniamo sempre sullo stesso punto; ma non è così. Anche i segni che lasci danno ragione ai tuoi sospetti, anche se l’orma che ti trovi davanti è quella da te stesso lasciata soltanto qualche ora fa…noi non ci siamo perduti, io conosco la via e se puoi trovare ancora un po’ di energia dentro di te di sicuro ci salveremo. Non mollare, ragazzo. Non mollare…
Il ragionamento dello Strano Vecchio era assurdo. Ma così assurdo… e la sua voce così calda e sincera che il giovane non poté fare altro che asciugarsi le lacrime, tirare su con il naso, chiamare a raccolta le poche energie che gli rimanevano e riprendere a camminare dietro di lui. Camminava come un automa, senza più pensare a nulla, incespicando negli ostacoli che la scarsa luce del giorno morente non gli permetteva più di evitare, con l’anima in subbuglio, senza più resistenze sospette, tenuto in piedi da una sovrumana forza di determinazione e da una ingiustificata fiducia.
L’ombra della notte già infittiva l’oscurità naturale della selva quando senza preavviso alcuno gli alberi diradarono e laggiù, proprio davanti a loro, brillarono le prime luci della capitale del regno. Il giovane si lasciò cadere in ginocchio, riconoscente. Piangendo e ridendo nello stesso tempo, come sempre avviene nei momenti più significativi della vita, volle ringraziare colui a cui attribuiva la propria salvezza:
– Dio ti renda merito, Vecchio… era dunque vero che conoscevi la strada della foresta.
– Ma certo che la conoscevo – sorrise lo Strano Vecchio – la strada era: camminare, camminare, camminare… camminare.

Ecco…- mi illudo di concludere – l’analisi è fatta così.
L’Interlocutore Dubbioso ha accusato il colpo ma intuisco che non intende arrendersi. Un breve silenzio, poi:
-…Culo! – esordisce – Hanno avuto solo un gran culo. E lo Strano Vecchio era un ciarlatano, un millantatore venditore di fumo, una guida del cazzo.
– Sbagli… – ribadisco sereno ma altrettanto deciso – le cose non stanno come credi. Lo Strano Vecchio conosce bene la foresta perché ci si è perduto più di una volta quando era ancora fanciullino. Ma la foresta lo ha risparmiato e, negli anni, lui ha imparato a conoscerla e ad amarla. Sembra sprovveduto, ma in realtà nel corso della sua singolare vita non ha fatto altro che osservare attentamente la natura complessa e articolata di tutte le piante che compongono quella oscura selva, i loro cicli riproduttivi, le loro proprietà tossiche e curative. Ha imparato il linguaggio silenzioso dei colori e quello ancor più sottile e curioso degli odori del bosco. Riconosce le orme della maggior parte degli animali che lo abitano, è in grado di indovinare le loro tane, conosce le loro abitudini, sa cosa mangiano, dove si accoppiano e dove nascondo i loro escrementi. La reiterata esperienza gli ha inoltre insegnato che nella selva vigono leggi fisiche diverse da quelle a cui gli uomini sono abituati, per cui la retta non è il percorso più breve che unisce due punti nello spazio e la quadratura del cerchio è la regola, non l’eccezione. Lo Strano Vecchio sa che nella foresta non esistono strade dirette bensì solo circolari, e che per procedere bisogna passare e ripassare per uno stesso luogo anche decine di volte. Sembra sempre la stessa cosa, ma non lo è. Ogni volta centinaia di piccoli particolari sono cambiati, anche se la coscienza ordinaria non è in grado di rilevarli.
Le strade della foresta sembrano procedere nello spazio; in realtà sono scavate nel tempo. E seguono percorsi bizzarri, un po’ arteriosclerotici, in apparenza privi di logica o di consequenzialità alcuna. Sentieri che si avvitano su se stessi, che si distendono e poi tornano ad annodarsi secondo ritmi arcani che è impossibile prevedere, bensì solo assecondare.
Ma la cosa più interessante che lo Strano Vecchio ha scoperto è che la foresta è un Essere e che, come tale, ha una sua vita intelligente. Una saggezza tutta sua che le fa ogni volta pesare il destino di coloro che la penetrano con parametri che, almeno per ora, sono avvolti nel più fitto mistero. E così la foresta partecipa al viaggio: decide Lei quali esperienze regalare al viandante sperduto, quali emozioni-limite suscitare, quali speranze distruggere e quali assecondare. Decide lei come, quando e se porre fine al viaggio e restituire il viandante alla propria vita. Già! Decide lei…e a volte, senza che alcuno possa capire il perché, decide che: no!… quell’uomo o quella donna non torneranno “a riveder le stelle”. Sembrano decisioni gratuite, assurde e crudeli ma è più probabile che un motivo lo abbiano, anche se lo Strano Vecchio non lo ha mai scoperto e soffre, terribilmente, ogni volta che ne è testimone.
La verità è che a nessuno è dato sapere in anticipo se e quando terminerà il suo girovagare; le buone intenzioni non garantiscono la riuscita, e, tuttavia, la determinazione del malcapitato è di fondamentale importanza. E’ come se la sua volontà disperata, lo sforzo a lungo protratto, l’impegno a non cedere, a non demordere, a non crollare fossero in realtà del tutto insufficienti e inadeguati a vincere l’abbraccio della foresta. Ma gli facessero tuttavia meritare di essere risparmiato. Per questo bisogna insistere, non mollare e camminare, camminare, camminare….
Lo Strano Vecchio sa! E comunica tutto questo, senza bisogno di parole, al viandante sconosciuto che ha incontrato. Forse per caso.
-Perché lo fa?- mugugna l’Interlocutore Dubbioso, ormai quasi vinto.
-Perché è l’unico metodo che conosce per salvare se stesso.

Dentro di me: silenzio. L’Ombra Dubbiosa è come dissolta. Ma non mi faccio illusioni… tornerà a tormentarmi quando meno me lo aspetto. Godiamoci la pace, finche dura.

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