La maledizione di Cassandra

Scritto da Piero Priorini

Chiunque, presumo, se chiamato a difendersi in una causa civile o penale, penserà bene di rivolgersi ad un avvocato. Così come chiunque, se desideroso di costruirsi la villa dei propri sogni, ne affiderà il disegno e l’esecuzione ad un ingegnere o ad un architetto. Qualunque persona, in caso di grave malessere, andrà dal medico; e se un domani sarà chiamato all’ufficio delle imposte si servirà di un commercialista per difendere la propria posizione.
Se ci si dovesse rompere l’automobile, l’orologio, le scarpe o il computer ci rivolgeremmo nell’ordine ad un meccanico, un orologiaio, un calzolaio o ad un tecnico informatico. E questo perché – a prescindere dal fatto che sia possibile imbattersi in avvocati bravi e in altri meno bravi, o in architetti, medici, meccanici, calzolai, tecnici informatici, insegnanti, muratori e impiegati, competenti o invece del tutto incapaci – tutti comunque, più o meno inconsciamente, siamo disposti a dare credito alla professionalità dell’altro. Almeno fino a prova contraria. E sappiamo, con assoluta certezza, che per quanto perspicaci o intuitivi possiamo considerarci, mai potremmo vantare le conoscenze specifiche di un qualunque professionista.
Questo riconoscimento tacito delle competenze dell’Altro, e l’aspettativa che esso le eserciti nelle forme e nei modi più appropriati, sono presenti in tutti noi e, a ben vedere, assolvono al compito “occulto” di distribuire le funzioni come se, di fatto, tutti noi uomini realizzassimo un vero e proprio organismo sociale vivente. E così come le cellule epatiche di un corpo umano assolvono a funzioni specializzate assolutamente diverse da quelle svolte dalle cellule muscolari o da quelle nervose, così,  in un certo qual modo, accade per le attività umane. E come le funzioni delle cellule non sono intercambiabili, allo stesso modo non lo sono le nostre attività. Un bravo insegnante non è detto che potrebbe o saprebbe fare l’avvocato, così come un bravo medico non necessariamente saprebbe fare il muratore, o l’orologiaio, o l’architetto.
Insomma… Ognuno ha la sua funzione e tutti (anche se inconsciamente) tendiamo a rispettare la funzione dell’altro.
Ma questa prassi sociale ha una eccezione nel rapporto che la maggior parte delle persone stabilisce con lo psicologo e ancor più con lo psicanalista.
Oh… Si!… Lo so bene… Non sembra… Proprio non sembra. Molti, oggi, sono coloro che si rivolgono allo psicoterapeuta e, almeno all’apparenza, si affidano alle sue cure. Sono finiti i tempi in cui si credeva che solo i “matti” ne avessero bisogno, ragion per cui molti di coloro che intraprendevano un percorso analitico lo nascondevano perfino agli amici più cari. Sull’onda della moda e dei costumi americani, un numero sempre crescente di persone si rivolge allo psicoterapeuta e, almeno in apparenza, si affida alla sua esperienza. Ma appunto… è solo apparenza. In realtà quello che desiderano è la guarigione da un sintomo invalidante, lo scioglimento di una relazione patologica o la liberazione da un dolore indicibile… purché tutto ciò avvenga senza minimamente mettere in discussione i propri convincimenti né tanto meno la propria conduzione di vita. Purché non si dubiti, neanche minimamente, della assoluta capacità del loro io di essere il protagonista cosciente della propria vita che, in quanto tale, pensa, sente ed agisce per libera scelta.
Non a caso una percentuale altissima di pazienti, nel corso della prima ora, confessa di non essere poi così tanto convinta di intraprendere la terapia, perché: “…in fondo, dovrei essere in grado di risolvere da solo questo problema…” 
Pochi si rendono davvero conto che nessun terapeuta sarebbe mai in grado di guarire chiunque da alcunché se non potesse contare sulla partecipazione attiva del paziente che include, guarda caso, il coraggio da parte sua di cominciare a dubitare dei pensieri che fino a quel momento ha pensato, dei sentimenti che ha provato e delle scelte fatte. Perché la triste verità è che noi non siamo i signori della nostra anima, bensì piuttosto gli schiavi inconsapevoli di tutti i processi inconsci e le dinamiche archetipiche che la attraversano. Almeno fin tanto che non iniziamo quel lungo e tormentato cammino interiore il cui esito resterà comunque incerto fino alla fine.
Come è misteriosa la coscienza umana. E ingannevole. Infida. Traditrice. Imponderabile e incomputabile. Sono più di trenta anni che la osservo e con molta probabilità non finirò mai di meravigliarmene. Chiedete ad un folle in pieno delirio se si ritiene l’artefice consapevole di ciò che pensa, sente e vuole… e nel 100% dei casi otterrete una risposta affermativa. Ma questa non è una prerogativa degli schizofrenici. La maggior parte delle persone, in piena buona fede, è convinta di esserlo. E non a caso la via della saggezza inizia con il dubbio.
“Io so di non sapere…” afferma più volte Socrate attraverso le opere di Platone, con ciò immortalandosi come uno degli uomini più saggi della sua epoca.
La psicanalisi nasce con questa grande intuizione di Freud, che dopo l’esaltazione dell’epoca dei lumi, riscopre la piccolezza della ragione se paragonata alla vastità dei contenuti inconsci.
Nel corso della così detta storia moderna, infatti, solo tre possono essere considerate le vere, grandi rivoluzioni della coscienza: la prima fu quella di Copernico, che tolse all’uomo l’illusione di essere la perla posta al centro del creato o, se vogliamo, il punto fisso intorno al quale ruotavano i cieli. La seconda fu quella di Darwin, che tolse all’uomo l’illusione di non avere proprio nulla a che spartire con il mondo animale e lo costrinse a prendere atto delle radici rettiliane che ancora ramificano nel suo cervello. La terza, infine, fu quella di Freud, che tolse all’uomo l’illusione di essere il padrone assoluto della propria coscienza e lo invitò a riconoscersi schiavo di moti, impulsi e dinamiche di cui in genere neanche sospetta l’esistenza.
Ma – appunto – lo invitò, non l’obbligò… perché l’autocoscienza non è una meta predeterminata della creazione (ammesso che si accetti una visione escatologica dell’esistenza) bensì solo un traguardo possibile. Oramai da tempo gli dei si sono ritirati e stanno a guardare: riuscirà l’uomo a realizzare se stesso? Sarà egli in grado di portare a termine l’Ottavo giorno della creazione?
Difficile fare pronostici… ma di sicuro, anche soltanto per tentare, avrà bisogno di una autentica consapevolezza, e non di quel surrogato di coscienza con cui invece continua a baloccarsi. Avrà bisogno di una effettiva autocoscienza, l’attuazione della quale esigerà da lui dedizione assoluta, grande coraggio, profonda umiltà, tenacia e determinazione, tanta pazienza e, soprattutto, responsabilità morale.
Quando Jung raccolse l’eredità di Freud e l’arricchì, aprendo l’accesso agli impulsi transpersonali che si agitano nell’anima, sembrò che il momento tanto atteso fosse finalmente arrivato. Il processo di individuazione – che ha sempre rappresentato il clou della psicologia del profondo – prometteva di mettere la coscienza astratta e superficiale dell’uomo contemporaneo in comunione profonda con le forze archetipiche che si agitano nel suo inconscio, a patto, ovviamente, che egli si consacrasse all’ardua impresa. All’Eroe che avesse affrontato il Drago e liberata la Principessa incatenata alle rocce della caverna oscura, sarebbero spettati il suo eterno amore e un immenso tesoro…
Allettati dall’esplicita promessa, molti furono coloro che si predisposero alla Sacra Cerca…
Ma il Drago – che non è tale per caso – non si è lasciato sorprendere, e assunte le sembianze dello spirito dell’epoca, ha distratto l’Eroe prospettandogli mete ben più allettanti che non lo scontro all’ultimo sangue con la propria genia; lo ha tratto in inganno svalutando e deridendo i suoi intenti originali, lo ha ammansito fingendo di riconoscerlo come avversario potente e temibile, lo ha lusingato prostrandosi ai suoi piedi, ed è oramai in procinto di mangiarselo in un sol boccone.
Come effetto di questo scontro occulto, che si svolge nei recessi dell’anima collettiva, nella maggior parte degli uomini moderni la coscienza si è impoverita e, conseguentemente, si sono  adeguati, impoverendosi, gli strumenti destinati alla sua stessa evoluzione.
L’informazione ha preso il posto della cultura, e questo a prescindere dalla effettiva attendibilità o credibilità delle sue fonti. L’opinionismo si è sostituito alla competenza, e lo ha fatto con violenza, arroganza e pervasività. Il divertimento, spesso inteso come fine a sé stesso, ha preso il posto della piena gioia di vivere. Il denaro e il potere sembrano essere diventati le uniche forze in grado di giustificare l’impegno e la responsabilità.
La maggior parte di noi fantastica un mondo privo di tensioni, di rischi e di aggressività. Un mondo finalmente libero dalla malattia, dal male e dalla guerra… che sarebbe senz’altro attuabile se non esistessero gli Altri, i Cattivoni, Quelli-della-Diversa-Visione-Politica-Religiosa-Culturale, magari di un altro colore di pelle. E che, ovviamente, sono da sterminare.
Lavoriamo tutti senza sosta, a ritmi frenetici, e nel tempo libero, anziché pensare, immaginare o sognare, anziché coltivare interessi personali di varia natura, anziché incontrare gente e parlare, condividere e confrontarsi, ci lasciamo intossicare da nauseabondi spettacoli televisivi che propinano senza sosta pubblicità e pornografia emotiva, ci immedesimiamo nelle vite di perfetti estranei (attori, calciatori, cantanti, veline varie) e dalle loro stupide vicende ci lasciamo invadere l’anima, oppure ancora lo sprechiamo deambulando inebetiti nei maxi centri commerciali in mezzo ad una folla alienata di persone. L’acquisto coattivo di prodotti inutili – infatti – pensati apposta per farsi desiderare e poi durare il meno possibile, sembra esercitare un fascino ipnotico e dunque irresistibile. Volenti o nolenti, un po’ tutti siamo diventati consumatori acritici di prodotti da supermercato: perfino l’anima gemella la cerchiamo in Internet, elencando diligentemente gli attributi e le qualità che deve possedere e i difetti da cui deve essere esente.

In questo clima non può sorprendere se decine e decine, forse centinaia, di teorie e tecniche psicoterapeutiche si affacciano ogni giorno sul mercato del disagio. Sempre più brevi, specifiche, “sintomatiche”, volte a guarire il male senza curarsi del suo significato né, tanto meno di quello della vita dell’uomo o della donna che lo patiscono. Si rivolgono a pazienti, sempre più numerosi, che esigono una cura mirata, brevissima, efficace, che non interferisca con i loro accelerati ritmi di vita, con le scelte fatte o con i principi che le hanno ispirate, che non richiedano poi troppo sacrificio, né lo sforzo di una autentica penetrazione conoscitiva, né – infine, ma soprattutto – l’applicazione dolorosa della volontà al cambiamento.
Il malessere è diventato la norma, la patologia è comune e si estrinseca sotto gli occhi di tutti. Perché dunque preoccuparsi? Perché agitarsi o darsi da fare per tentar di risolvere qualcosa che forse è irrisolvibile? Non sarà forse proprio questa la vera natura umana?
E così continuiamo imperterriti a vivere vite senza significato e costruiamo con le nostre stesse mani gli inferni terribili nei quali poi soffochiamo. Prendiamo, arraffiamo, stupriamo senza ritegno, in un orgia di violenza e di possesso che dovrebbe lenire l’angoscia che ci divora. Abbiamo tutti un bisogno struggente di amare, ma ne siamo incapaci. La bruttezza dilaga, l’intolleranza spadroneggia, il Nulla – come nel “La storia infinita” di Michael Ende – sembra avvolgere il mondo.
Ma proprio questo è il punto. È esattamente in questa desolata terra di nessuno, priva di valori, di norme o di principi, abbandonata dagli dei e dal flusso generoso della vita, che può compiersi il destino dell’Eroe. È in questa landa arida e sterile che egli potrebbe partorire la propria libertà, come gratuito gesto di responsabilità morale.
In quanto uomini moderni, infatti, nulla più ci costringe, nulla ci ispira, né tanto meno ci giudica. Siamo soli. Assolutamente soli con noi stessi, e pur nel fragore assordante dei rumori del mondo,  forse per la prima volta potremmo essere in grado di percepire il flebile sussurro della coscienza. Poco più di un bisbiglio… un fruscio appena distinguibile, eppure costante, urgente, accorato.
A sussurrare è la voce dell’Io-Eroe che dalle profondità dell’anima anela ad essere riconosciuto.
La moderna psicologia del profondo, che E.Neumann, J.Hillman, J.Campbell e E.Whitmont ricevettero da C.G.Jung, e che a loro volta ci hanno lasciato in eredità dopo averla ampliata ed arricchita, potrebbe aiutare l’uomo contemporaneo a meglio percepire e interpretare quel mormorio sommesso che viene dall’oscuro. Ma si scontra con l’ottusità, la superficialità, l’arroganza e il qualunquismo che contraddistinguono l’attuale coscienza collettiva, in cui ogni coscienza individuale non può non essere originariamente radicata. È ovvio che proprio perché potenzialmente autonoma e indipendente, qualunque coscienza individuale potrebbe allontanarsi dal magma collettivo e rivendicare la propria originalità attraverso scelte diverse e innovative. Qualunque individualità potrebbe spingersi fino a realizzare quella Fantasia Morale che non ha più nulla a che vedere con le disanimate norme collettive – giuridiche, etiche o religiose – perché tutte le ingloba in una vivente presenza nell’anima.
Ma il paradosso è che per poter realizzare un tale obiettivo sarebbero necessarie quelle forze della volontà che sono proprio quelle che per prime sono state messe fuori uso dalle strategie del Drago. A ben vedere, infatti, l’uomo moderno è soprattutto malato nella Volontà. È incapace di Volere se non motivato da interessi egoici legati al successo, al denaro, al potere o al sesso. Non immagina neanche lontanamente di poter Volere o Determinarsi in qualcosa che abbia valore solo in quanto espressione della propria, unica e originale concezione morale. È incapace di Volere al punto da poter sostenere i propri dubbi (inevitabili in ogni azione creativa), l’incomprensione degli altri (altrettanto sicura ed inevitabile), la solitudine (come risultato della propria differenziazione) o, infine, il dolore di scelte che contraddicano i bisogni o i desideri del proprio ego.
L’uomo senza volontà è come un Eroe senza spada…
Nella migliore delle ipotesi capisce tutto, è in grado di valutare il pericolo mortale rappresentato dal suo eterno nemico, è in grado di escogitare strategie diversive o di fantasticare mosse vincenti. Ma alla fin fine il risultato di tutto questo suo gran da fare è zero… qualunque sua azione – ammesso che ne compia una – è fiacca, inefficace, inconcludente. Risibile agli occhi di un Drago il cui corpo è ben protetto dalla più solida armatura di squame che si possa immaginare.
Il risultato di questa situazione, generalizzata e collettiva, è che se anche la psicologia del profondo può essere considerata una tra le migliori prassi terapeutiche tra quante operano sul mercato del disagio; se anche i migliori professionisti che operano sotto il suo segno possono arrivare a conquistarsi una capacità visionaria davvero singolare e fuori dall’ordinario, molto spesso il loro operato può risultare di scarsa rilevanza perché invalidato dalla vacuità decisionale (o volitiva) del paziente moderno: incerto, frettoloso, spesso discontinuo, superficiale, mutevole, quasi mai assertivo. Bisognoso di sfogarsi, ma non curioso; in cerca di un appoggio, non certo di uno sprone; desideroso di avere un po’ di pace, altro che la guerra…
A volte si ha come l’impressione che, chissà per quale recondito peccato, Apollo abbia esteso alla psicologia del profondo  la maledizione che un tempo scagliò sull’irriverente Cassandra:
“Tu vedrai il futuro… ma nessuno crederà alle parole con le quali lo profetizzerai!”
È ovvio che sto celiando, e che nessuno mai avrà la facoltà di prevedere il futuro; ma quella di anticipare gli effetti che avranno un domani le forze archetipiche oggi in atto, invece si! Perché, tanto per fare un esempio, è come se un botanico, osservando in un giardino la presenza di un virgulto sospetto, potesse poi ragionevolmente supporre il tipo specifico di pianta che da esso germoglierà. Ed è come se, sulla base delle medesime cognizioni, lavorando su certe condizioni di luce, di umidità e di calore, egli potesse intervenire nella vita di quella pianta favorendone la crescita là dove questa potesse essere utile, gradevole alla vista o comunque benefica; inibendola qualora la stessa si rivelasse invece venefica o parassita. Ma i proprietari dei giardini saranno disposti a credergli? Metteranno in atto i suoi suggerimenti?
Cassandra fu maledetta da Apollo perché, dopo avergli promesso i propri favori muliebri in cambio del dono della profezia, una volta ottenuto ciò che voleva osò rifiutarlo. Mi sono spesso chiesto se non fosse possibile pensare che Apollo, attraverso Cassandra, in realtà anelasse riunirsi al proprio fratello oscuro: Dioniso, il dio del femminile, il signore indiscusso dell’energia vitale delle origini. Dioniso, la parte scissa di Apollo.
Dioniso, la Vita, ancora una volta tenuto separato da Apollo, la Conoscenza.
Dramma antico, che si ripete nell’anima di ogni uomo e che dai primordi  attende di essere risolto…
Chissà?… forse anche la psicologia del profondo – come l’inadempiente Cassandra – potrebbe essersi sottratta all’abbraccio amoroso del dio. E tutti noi, terapeuti, potremmo aver peccato di mala fede, illudendoci di poter ricevere il dono della visione senza poi dover pagare al dio il prezzo pattuito. La conoscenza, per quanto pura, sarà sempre sterile se non riscaldata dalla passione.
Così, nella landa desolata dove tutti noi oggi ci aggiriamo, pazienti e terapeuti si stanno di fronte: ognuno portatore del proprio limite, ognuno con la sua propria ferita che attende di essere guarita dall’accettazione amorosa dell’Altro. Il paziente non può nulla senza la conoscenza visionaria del terapeuta; il terapeuta è impotente se non riceve in dono la passione volitiva del paziente.
Ancora una volta nel mistero dell’Incontro si cela il segreto della salvezza dell’uomo.

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