La personalità della vittima di stalking

Scritto da Piero Priorini

E adesso, già lo so, il discorso si farà difficile. Molto difficile. Prima di tutto perché sono ben consapevole, per maturata esperienza, che molti lettori ingenui e non addetti ai lavori troveranno difficile da digerire l’idea stessa di una qualunque possibile complementarietà e corresponsabilità dell’oppresso con il proprio carnefice. In secondo luogo, perché, anche accettando tale ipotesi, sarà comunque complicato per tutti discernere e poi comprendere fino in fondo le estreme differenze che si potranno trovare tra vittima e vittima. E che vanno da una complementarità sfumata, solo appena accennata, che nessuno si dovrebbe permettere di ritenere patologica, a una complementarità piena e perversa che, in casi estremi, potrebbe raggiungere l’inconscia complicità.

Quando ero ancora un giovanissimo psicologo, mi capitò, per arrotondare ciò che guadagnavo con la libera professione, di lavorare alcuni anni nell’ufficio antidroga della Procura della Repubblica di Roma. Nel tempo libero dalle noiose incombenze di segreteria, spesso vagavo nella biblioteca del tribunale e un giorno trovai un libro di psicologia forense davvero ardito. Titolava – grosso modo, perché non ricordo bene: La complicità inconscia delle vittime di omicidio. Potete immaginare il mio stupore. Un esimio collega si azzardava a sostenere che, dal punto di vista dell’inconscio, anche le vittime dei delitti più efferati sarebbero in un qualche modo complici del loro assassino. Il testo parlava di sfumature comportamentali, atti mancati (nel senso freudiano) che, se attuati, avrebbero garantito una maggiore protezione alla futura vittima, sincronicità (nel senso junghiano del termine) che erano passate inosservate e non avevano allarmato quanto invece avrebbero dovuto, e così via. Quel testo fu difficile da digerire. Anche per me. In compenso adesso mi rende più facile comprendere l’incredulità dei miei lettori di fronte a certe denunce. Denunce che, si badi bene, non intendono sminuire di una virgola la responsabilità penale delle personalità criminali che configurano il reato di stalking, quanto piuttosto mettere in guardia le potenziali vittime, così dette innocenti, da inconsce complicità psichiche.

La stessa identica finalità perseguii alcuni anni or sono scrivendo un saggio sulla psicodinamica del Plagio. Anche in quell’occasione feci osservare come non potrebbe esistere alcun plagiaro se intorno a lui non ci fossero decine (forse centinaia) d’individualità fragili, prive della benché minima autonomia interiore e, per questo motivo, addirittura bisognose di essere plagiate. Plagiaro e plagiati, scrissi in quel saggio, si corrispondono intimamente come un “Vuoto a prendere” nei confronti di “Vuoti a dare” ma, anche in quel caso, la fragilità cognitiva o emotiva dei plagiati non toglie nulla alla responsabilità dei plagiari. Una responsabilità che anche in quei casi dovrebbe spaziare da quella civile e patrimoniale a quella penale. Ho scritto “dovrebbe” perché, in realtà, il reato di plagio è stato addirittura derubricato dal nuovo codice penale italiano e i plagiari circolano perciò impuniti e impunibili tra noi.

 

Iniziamo dunque le nostre osservazioni prendendo in esame quelle situazioni in cui la com-partecipazione delle future vittime è davvero minimale. Lo stalker, lo abbiamo già ripetuto a sufficienza, è una persona il cui desiderio inconscio è quello di riuscire a realizzare la fusione amorosa con l’altro e che, a prescindere dalle sue povere o invece brillanti capacità cognitive e culturali, tende ad avere sempre e comunque un’immagine grandiosa di sé. Perciò, in linea di principio, non sarà mai in grado di tollerare come partner delle individualità autenticamente forti, autonome, spregiudicate e sicure di sé. Questo significa che tutte le volte che si guarderà intorno, in cerca di un compagno o di una compagna, più o meno inconsciamente tenderà a scartare persone che manifestino tali caratteristiche di forza per dirigersi piuttosto verso quelle più fragili, meno mature, più bisognose di sostegno e, dunque, insicure. Naturalmente, non dobbiamo pensare a donne o a uomini che mostrino in maniera netta e continuativa tali limiti. Piuttosto, conoscendo l’immensa forza delle percettività subliminali che tutti noi possediamo (anche se non ce ne rendiamo conto) e la diabolica intelligenza del nostro inconscio, dobbiamo immaginare che, qualora davvero lo volessimo, basterebbe sempre un minimo segnale per individuare lo stato interiore delle persone che abbiamo intorno. In effetti, l’attenzione dello stalker sarà calamitata dal più piccolo segnale di difesa posturale della sua potenziale vittima, dalla benché minima incrinatura nella sua voce, dal più fugace cedimento del suo sguardo, dal più insignificante micro-segnale del volto… e si comporterà di conseguenza.

Sarà allora che il terribile gioco potrà dirsi iniziato.

Se i miei studi e le mie esperienze cliniche sono corretti, è probabile che anche soltanto ad un primo ed elementare livello di corteggiamento la futura vittima tenderà a rimanere più o meno vagamente colpita dalla personalità dello sconosciuto ammiratore, molto semplicemente e solo perché quella ben si incastra nel profilo della propria: spavalderia dove c’è timidezza, forza (anche se solo apparente) dove c’è debolezza, audacia e risolutezza dove c’è timore. E non ci sarà bisogno che la disponibilità inconscia della preda venga ostentata, perché verrà percepita come tale dall’altro che, appunto, grazie a tale varco, inizierà le sue manovre di invasione. In realtà, non saprei indicare alcun altro escamotage al quale la vittima potrebbe aggrapparsi per non sottomettersi se non una palese dimostrazione di autentica avversione per le attenzioni indesiderate dell’altro e la disposizione a battersi subito, costi quel che costi, contro la più piccola occupazione dei propri territori interiori. Ma è proprio quello che la futura vittima quasi mai sarà in grado di fare. Le mancano i requisiti psichici per osare tanto e, se anche si costringesse a farlo, risulterebbe una caricatura. Lo stalker, infatti, sceglie sempre molto bene e con acuta precisione le sue vittime.

Certo, a questo livello, nessuno può indovinare cosa potrà accadere in seguito. Dipende da come interagiranno tra loro i protagonisti di questa grottesca tragedia. Nessuno può sapere quale sarà il limite oltre il quale la vittima non sarà più disposta ad andare, né quale sarà invece quello sul quale si fermerà il persecutore. Ma per quanto a lungo possa durare questo terribile gioco, a questo livello di blanda complicità tra le due personalità, in genere e comunque finirà per esaurirsi: vuoi perché la vittima troverà qualcuno che l’aiuterà a reagire con maggior forza (parenti, amici, un’amante, forze dell’ordine), vuoi perché lo stalker avvertirà istintivamente che la meta agognata non è proprio raggiungibile. Vuoi perché, nel frattempo, quest’ultimo avrà trovato qualcun altro che gli sembrerà adattarsi meglio alla soddisfazione del suo irrealizzabile desiderio.

Il gioco perverso, allora, sarà finito nel migliore dei modi e c’è da augurarsi che entrambi i protagonisti abbiano appreso una lezione che potrebbe tornar loro utile in un futuro. E se non entrambi, si spera che almeno la vittima ne possa trarre giovamento. Non è quasi mai vero che gli oppressori non mandino segnali altrettanto chiari delle loro morbose intenzioni, che non testimonino in un qualche modo le loro incestuose fantasie fusionali, e sarebbe importante che le potenziali vittime imparassero a riconoscerle e a distinguerle da quelle sane e corrette.

L’incastro speculare tra vittima e stalker: la complicità inconscia.

Al polo opposto della blanda complementarietà si trova invece l’incastro speculare: quello espresso da un individuo così solo, così vuoto, così disperato che non solo interpreterà le richieste minacciose dello stalker come la prova tangibile del proprio valore, ma potrebbe arrivare a sperimentarle addirittura come una vera e propria sensazione di potere. Malato, distorto e del tutto inconscio, questo è ovvio, ma pur sempre come un immenso potere su qualcun altro. Tutti gli psicologi del profondo conoscono bene la dinamica cui alludo: quella che sancisce lo smisurato potere della presunta vittima sul proprio persecutore. Un modo estremo per farsene un’idea ravvicinata potrebbe essere quello di leggere le testimonianze rilasciate in maniera del tutto spontanea da alcuni di quei soggetti, solo apparentemente passivi, che nel “sesso spinto” praticano il sado-masochismo. A una prima lettura quello che si evidenzia in questi rapporti sono le umiliazioni estreme, le percosse dolorose e gli atti sessuali promiscui e osceni che tali soggetti subiscono in maniera del tutto consenziente. A una disamina superficiale, infatti, il Padrone o la Padrona sembrano dominare completamente i loro Schiavi, sottoponendoli a torture psichiche, fisiche o sessuali il cui limite è solo quello della fantasia perversa più sfrenata. Eppure, quello che traspare nelle confessioni di queste presunte vittime è un inimmaginabile orgoglio e fierezza che spesso si configura come un vero e proprio potere sul proprio Padrone. Il loro convincimento, infatti, quasi del tutto conscio, potrebbe essere riassunto così: “Pochi altri sapranno mai essere così docili, così ubbidienti e passivi come io sono. Puoi chiedermi qualunque cosa e io la sopporterò come nessuno mai sarà più capace di fare. Io sono il Dominato o la Dominata perfetta. Una vittima eccezionale che mai più ti capiterà di incontrare. Perciò, senza di me, mai più tu potrai raggiungere tali sublime vette di piacere e di affermazione di te”.

Come si può evincere, si tratta di una vera e propria immagine speculare del potere solitamente inteso, ma non per questo meno intensa e reale. “Senza di me non potrai nulla” non è solo una minaccia potenziale bensì una minaccia in atto.

Sarà ovvio, a questo punto, che solo nelle coppie o negli esclusivi club sado-maso tale dinamica raggiunge la sua massima espressione, ma questo non toglie che in alcune relazioni che configureranno il reato di stalking, il gioco sotterraneo sia molto simile. Le vittime in genere adducono lo strapotere del loro carnefice come propria discolpa. Se non si sono ribellate – raccontano e si raccontano – se non hanno denunciato prima gli abusi è solo perché avevano una paura terribile di quello che sarebbe potuto loro accadere. Ed è un fatto, voglio sottolinearlo per bene, che quasi sempre l’astuzia, la violenza e la totale mancanza di freni inibitori nel persecutore sono tali da giustificare qualunque loro apprensione.

È così… eppure non è del tutto così! Dipende sempre dall’intensità della forza e della determinazione che la vittima è in grado di opporre al proprio persecutore, anche se, lo abbiamo già visto, la misura di quella forza e di quella determinazione è un dato sottile che sfugge a qualsiasi valutazione comportamentale superficiale. Per valutarlo, infatti, bisognerebbe sapere con precisione quando il gioco è cominciato perché, ad esempio, l’intensità dell’opposizione, necessaria alla fine di un lungo braccio di ferro tra i due protagonisti del dramma, avrebbe potuto essere molto inferiore all’inizio della loro relazione, quando certi pur piccoli risultati non erano ancora stati raggiunti dal persecutore. Intendo dire che un’azione di rifiuto o di denuncia alle autorità competenti presenta un peso diverso se fatta durante i primi corteggiamenti, oppure alle primissime avvisaglie di pretese ingiustificate, oppure ancora dopo aver ceduto su quasi tutto il territorio dell’anima.

Una paziente che incontrai più di venticinque anni fa mi confessò, dopo molti mesi che frequentava il mio studio, che da più di otto anni il marito la picchiava selvaggiamente costringendola, qualche volta, a dover ricorrere all’ospedale. Medici e infermieri avevano più volte subodorato qualcosa e le avevano offerto un aiuto concreto, pur nell’ambito delle proprie competenze. Ma la mia paziente aveva sempre negato di aver subito violenza e, come conseguenza più o meno indiretta, aveva sempre coperto il marito. Quando trovò il coraggio di confessarmi la cosa – perché tutte le vittime si vergognano, e vedremo presto perché – la sua prima, naturale giustificazione fu la paura. Il marito le aveva fatto capire che, se lo avesse denunciato, l’avrebbe ammazzata di botte. Lei tacque. E per otto anni venne pestata ad ogni più piccola occasione. La cosa, pur accettando la sua paura, non aveva senso alcuno.

Alcuni mesi dopo, molto gradualmente, venne fuori un’altra verità. Aveva avuto un padre estremamente severo che, quando ancora lei era molto piccola, la rinchiudeva a volte in uno sgabuzzino scuro oppure la picchiava con la cintura dei pantaloni. Nello stesso tempo, però, aveva per lei continue attenzioni e le sussurrava spesso il proprio amore, incurante degli sguardi di riprovazione lanciategli contro dalla remissiva e silenziosa moglie. Così, la mia paziente, pur in mezzo ai propri legittimi dolori e terrori, alla fine si era convinta che subendo in silenzio le angherie e le violenze paterne sarebbe per sempre stata meritevole dei suoi sporadici atti di amore. In pratica era stata educata ad essere una vittima perfetta.

Nei momenti finali della sua analisi, la paziente riuscì perfino a confessarmi di aver avuto dei veri e propri pensieri di onnipotenza, immaginando che la sua sopportazione avesse raggiunto una tale perfezione che il marito mai più sarebbe stato capace di vivere senza di lei. E che fosse lei la vera padrona del terribile gioco che conducevano da più di otto anni.

Come potete costatare, siamo vicinissimi alla dinamica descritta tra i praticanti del sado-masochismo. La fortuna, in questo mio caso clinico, fu che il marito della mia paziente ostentava più cattiveria di quanta effettivamente ne avesse a disposizione. Quando, sostenuta dall’analisi, la mia paziente si rese conto che avrebbe potuto rinunciare a quell’amore malato – che forse amore non era – e trovò il coraggio di denunciare il proprio marito alla polizia, questi non resse il confronto con le nefaste conseguenze penali dei suoi reati esemplificategli da un commissario molto esperto. Si impaurì molto più di quanto in genere non accada in tali vicende e dopo un comprensibilissimo tira e molla, fatto di promesse di cambiamenti irrealizzabili, alla fine concesse la separazione alla mia paziente. Una donna che, grazie ad un duro lavoro su se stessa, era riuscita a scovare la radice della propria sottomissione e a trovare il coraggio di estirparla dalla propria anima. Sapeva che il peggio non era ancora accaduto e che lo avrebbe dovuto affrontare non appena si fosse trovata sola, senza più nessuno che l’avrebbe amata perché incantato dalla sua totale sottomissione.

Sperando di non scandalizzare nessuno, vorrei sottolineare che mai più mi sono trovato di fronte ad una vittima così potente. Ho incontrato altre persone vittime di soprusi, ma mai nessuna ha soltanto sfiorato l’intensità della forza che si celava dietro la maschera di remissività di quella mia paziente. E, almeno nel suo caso, mi sentirei di azzardare che la profonda vergogna che dovette superare per confessarmi la sua condizione, fosse in parte giustificata. Era come se sapesse, ad un qualche recondito livello, che davvero era lei che aveva sempre condotto il gioco.

Con questo non voglio di certo fare di tutta un’erba un fascio. So bene che la difficoltà maggiore nell’aiuto psicologico di tutti coloro che sono stati vittime di violenza, fisica o sessuale, è sempre stata quella di liberarli da un ingiustificato ma profondissimo senso di colpa. Soprattutto le donne e i bambini soggiacciono a questo auto-inganno. E di certo sono lontano anni luce dall’attribuire alla fragilità psicologica di alcuni o alla ingenua seduttività di altri il valore di colpa nel senso comune del termine. Ma se per colpa intendessimo invece una inconscia complicità (che può andare dalla più elementare disattenzione alla più ingenua provocazione), allora forse troveremmo un minimo di senso al sentimento di vergogna e colpa che spesso attanaglia le vittime di violenza. Come nel caso della paziente di cui poco prima ho parlato, si potrebbe individuare nella sua storia un doppio caso di violenza: quella primaria del padre e quella secondaria del marito. Tuttavia, a voler essere rigorosi e svincolati da qualunque sdolcinato moralismo, sarebbe più giusto vedere nella violenza perpetrata dal marito l’effetto a lunga gittata di quella perpetrata dal padre, ma dalla mia paziente favorita per un subdolo meccanismo di difesa. Per nessun motivo al mondo la giustizia umana potrebbe ritenerla colpevole di aver cercato e voluto il proprio male ma, in un certo senso, questo è proprio ciò che era avvenuto sul piano delle sue dinamiche inconsce. Perciò, sento la necessità di affermare che, in un certo senso, più di due pesi e due misure dovrebbero essere usati per giudicare queste vicende. Sento la necessità di dichiarare che, da un punto di vista giuridico, le vittime di violenza sono vittime a tutti gli effetti, a prescindere poi che da un punto di vista psicoterapico vadano aiutate a prendere coscienza dei propri meccanismi inconsci auto-lesivi. Sento la necessità di ribadire che le persone capaci di violenza su altri esseri umani, per quanto si possano ritenere a loro volta disturbati e condizionati, comunque andrebbero interdetti. Per il semplice motivo che il loro recupero sarà sempre molto problematico (chi ha lavorato con queste persone conosce l’arcaicità delle dinamiche da cui sono posseduti) ed è altissimo il rischio che possano continuare a fare del male. Perché a questi livelli di reciprocità è come se la violenza disinibita dell’oppressore, scontrandosi con quella identica, ma di segno opposto, della vittima, si amplificasse a dismisura travalicando qualunque ordinario limite.

Azzarderei pertanto che appartengano a questo estremo rispecchiamento tutti quei casi di cui siamo abituati a prendere atto solo dalla cronaca nera dei giornali. Scrivo: ”azzarderei” perché non ne ho mai avuto esperienza diretta. Mi sento però legittimato a pensare che non solo la fortuna abbia giocato a favore della paziente di cui prima ho narrato. Perché se il danno originale del marito fosse stato solo di poco più profondo, e il loro rispecchiamento fosse stato pieno e totale, è probabile che la sua violenza avrebbe potuto superare i limiti di guardia. E anziché costringerla all’ospedale, avrebbe potuto spedirla al cimitero.

Amore fusionale e omicidio, la contraddizione nello stalking.

Siamo così giunti all’ultima apparente contraddizione del reato di stalking. Giunti a questo punto, infatti, molti lettori potrebbero chiedersi come sia conciliabile l’ideale di amore fusionale che ho attribuito allo stalker con i gesti di estrema violenza che quest’ultimo può arrivare a compiere e che, a volte, si concludono con la morte della persona da lui desiderata. A prima vista, lo ammetto, sembra una grossolana contraddizione… ma così non è!

Dobbiamo infatti provare a immaginare che tali gesti estremi si realizzano solo e soltanto quando lo stalker è giunto a un punto di assoluta disperazione, perché vede l’oggetto del proprio desiderio rafforzarsi nel rifiuto o nella fuga. La vittima, in un qualche modo, si è risvegliata, oppure ha raggiunto quel limite oltre il quale non è più disposta ad andare e si è fortificata nella sua decisione di negazione. È allora, e solo allora, che la furia omicida dello stalker si scatena. Perché il paradosso è che, di fronte alla percezione del fallimento definitivo delle proprie pretese, di fronte alla possibilità sempre più concreta della caduta nel vuoto del proprio desiderio, lo stalker intravede in maniera distorta e allucinata la possibilità di soddisfare entrambi: pretesa e desiderio. Con l’uccisione dell’essere amato, infatti, egli, almeno sul piano simbolico, si unisce a lui in maniera eterna e indissolubile. In un certo senso è proprio come se lo divorasse, lo fondesse nella propria anima, rendendogli impossibile la fuga e impedendo a chiunque altro di poterlo conquistare. Anziché sperare che l’amore della persona amata sia così possente da spingerla all’estremo sacrificio di sé, come ritenne di dover fare Elda nel Vascello fantasma, in questo caso è lo stalker – alias Olandese Volante – che decide di sacrificarla per salvare sé stesso dalla dannazione eterna. Per quanto impossibile ci possa sembrare mai un persecutore così disturbato come quello che stiamo descrivendo si riterrebbe in grado di poter continuare ad esistere dopo aver subito il totale rifiuto dalla persona desiderata. E per quanto assurdo ci possa sembrare, è proprio uccidendola che il primo s’illude di poter soddisfare, infine, il proprio spasmodico desiderio.

Io ho scritto “s’illude”… ma forse sarebbe legittimo supporre che è proprio così che lo stalker lo soddisfa, anche se in maniera delirante e allucinatoria. D’altronde, entrambe le loro storie si erano svolte sul filo sottile del delirio. Perciò, usando la logica distorta delle emozioni malate, possiamo sforzarci di comprendere e in un certo senso accettare ciò che altrimenti mai potremmo riuscire fare. La drammatica verità è che, con l’uccisione della persona desiderata, lo stalker penetra in un mondo “altro” da quello che tutti noi normalmente abitiamo. E che in quel mondo si percepisce infine compiuto, realizzato, ricongiunto per sempre a quella parte mancante di sé che la vita gli aveva sottratto

Questi sono i profili psicologici delle individualità protagoniste del reato di stalking colto nelle sue polarità estreme. Ma, tra i due, un’infinita varietà di sfumature, di risonanze più o meno perfette, di accordi e complicità sotterranee, di angosce, di paure e d’incapacità di vivere che, per mancanza di un’autentica coscienza, vengono scambiate per moti d’amore.

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