La personalità dello stalker

Scritto da Piero Priorini

Sano o malato, il sublime gioco dell’amore si pratica in due. Anche quello Divino, perché come potrebbero raccontare molti santi o mistici anacoreti del passato il Divino, in una qualche desueta forma, è pur sempre presente in quelle loro occulte relazioni. Se così non fosse, ci troveremmo di fronte alla follia. E di certo folli non furono quegli antichi santi e anacoreti, né i più moderni Padre Pio o Madre Teresa di Calcutta.

Ancora una volta, però, torniamo a noi, umani troppo umani, e prendiamo in considerazione la coppia all’interno della quale si creeranno quelle dinamiche psichiche che daranno poi vita al fenomeno dello stalking. Perché questo si configuri, infatti, si dovranno incontrare lo Stalker, il futuro persecutore, e la sua vittima. Come vedremo, non sarà un incontro facile da realizzarsi perché, anche se la cosa sembrerà incredibile alla maggior parte dei miei lettori, solo se i profili psicologici dei due protagonisti combaceranno perfettamente, solo se saranno complementari in tutte le loro mancanze o eccedenze, potranno dare luogo a quella complessa fenomenologia che configurerà appunto le occasioni di Stalking.

È ovvio che parlando di complementarietà intendo riferirmi solo ed esclusivamente a quella sorta di complicità inconscia che sempre si realizza in ogni incontro e alla quale alludevo nel precedente paragrafo dicendo che nessuno ama mai a vuoto, e che tra le mille e mille implicazioni – fisiche, psicologiche e spirituali – una straordinaria importanza rivestono quelle inconsce. Su questa base si potrebbe infatti dire: “Dimmi qual è la tua donna, o il tuo uomo, e ti dirò chi sei.”

Lo so… sembra una boutade. Una sciocchezzuola buttata lì per gioco o per provocazione, ma le cose non stanno affatto così. Carl Gustav Jung, dopo anni di pratica psicanalitica, l’aveva già intuito, ma la conferma giunse dalle più moderne tecniche di psicoterapia di coppia: potendo osservare e studiare entrambi i partner, infatti, i terapeuti scoprirono A) che non c’era nevrosi in uno dei due che non fosse stata presente in lui fin da prima dell’incontro, B)  che questa corrispondeva in maniera speculare a quella dell’altro, C) e che appunto perciò da quest’ultimo era stato scusata e tollerata prima, denunciata poi e solo alla fine giudicata insopportabile e motivo valido di allontanamento e separazione. Quando si arrivava a questo punto – scoprirono i terapeuti – l’accusa, spesso feroce e spietata, era usata dalla parte che si considerava “vittima innocente” soprattutto per creare un alibi alla propria nevrosi e distogliere così la propria coscienza dal contemplare la complicità sotterranea che aveva caratterizzato quell’incontro. Alla responsabilità iper-giudiziosa di uno dei due amanti corrisponde infatti, quasi sempre, l’immaturità dell’altro; alla generosità dell’uno il menefreghismo dell’altro; all’iper-attivismo corrisponde un’imperturbabile pigrizia; all’ordine maniacale di uno contraccambia il disordine disinvolto dell’altro e all’aggressività, infine, la sopportazione tacita e rassegnata. Ma nessuno di questi atteggiamenti è il prodotto inevitabile dell’altro. Dove comincia, infatti, un cerchio?  Non è vero – tanto per usare una semplicistica metafora – che la bontà dell’uno sia stata prodotta dalla cattiveria dell’altro, così come non è vero il contrario. La bontà del primo e la cattiveria del secondo esistevano in essi allo stato più o meno latente, solo che attendevano l’occasione propizia per manifestarsi in tutta la propria virulenza. E l’occasione propizia è sempre l’Altro con la sua nevrosi complementare. L’unico Altro in grado di permettere alla nevrosi del primo di esprimersi compiutamente, perché soddisfacente la propria.

Paul Watslawitck, psicoterapeuta e ricercatore statunitense, esemplificò tale anomalo equilibrio relazionale con una celebre vignetta: una coppia occupa un divano, solo che uno dei due è sdraiato sui cuscini occupandone tutto lo spazio; l’altro, invece, è appollaiato sul bracciolo dello stesso divano. Si chieda al primo qual è la ragione per cui occupa tutto il divano senza curarsi della comodità dell’altro e la risposta sarà: “Ma che cosa dovrei fare? Lui se ne sta sempre lì su quel bracciolo.” Poi si chieda la stessa cosa a quest’ultimo e la risposta, invariabilmente sarà: “Che cosa dovrei fare? Lui se ne sta sempre lì, tutto stravaccato.” I due amanti, finché il gioco della complicità inconscia perdura, possono mantenere inalterate per decenni quelle posizioni. Tuttavia, se l’equilibrio inconscio si altera e poi si spezza, comincerà il gioco delle accuse reciproche che, ovviamente, avranno le loro apparenti ragioni. Nessuno dei due, però, sarà mai in grado di rovesciare il dito accusatore contro se stesso e chiedersi: “Perché ho sempre permesso all’altro di comportarsi come si è comportato? Quale vantaggio più o meno inconsapevole io ne ho ricevuto?”

Se questa presa di coscienza si verificasse, ognuno dei due potrebbe trarne un grande giovamento e, soprattutto, eviterebbe di poter cadere di nuovo nello stesso autoinganno.

Un limite oggettivo della presa di coscienza, tuttavia, c’è. Ed è appunto quello, insuperabile, che patiscono tutte quelle persone le cui nevrosi sono così acute come quelle alle quali accennavo alla fine del precedente paragrafo. È il limite di tutti coloro il cui disturbo della personalità è così grave che solo anni e anni di terapia, forse, potrebbero riuscire a risolvere. E il “forse”, in questo caso, va letto in chiave ottimistica.

Proviamo dunque a esaminare il profilo della personalità del futuro stalker, tracciando subito una distinzione di genere. Questo perché, a prescindere da fatto che sia per gli uomini che per le donne il disturbo affondi in un’arcaica immaturità dell’Io, gli effetti che tale immaturità produrrà saranno molto diversi a seconda delle forze specifiche che nel genere si esprimono. Non è questo il luogo per un’accurata trattazione delle differenze archetipiche tra femminile e maschile. Rimandando perciò il lettore interessato a testi specializzati nella materia, basterà qui accontentarsi di intuire come l’immaturità congenita dell’Io non possa evitare di manifestarsi diversamente, almeno entro certi parametri, se esternata da un uomo o invece da una donna. Molto più rozza, fisica e brutale quella del primo, più machiavellica, subdola e livida quella della seconda. Almeno nella maggior parte dei casi.

La matrice comune, tuttavia, è appunto una immaturità dell’Io al livello emozionale, proveniente dalla non risoluzione della primigenia fase neonatale, oppure da una debolezza congenita dello stesso. Con il termine “emozionale” mi preme sottolineare il fatto che mai, o almeno quasi mai, esaminando la personalità di un persecutore si troverà traccia di un deficit intellettivo o comportamentale. Lo stalker si è sviluppato in maniera più che appropriata dal punto di vista dell’intelligenza astratta o delle capacità di azione nel mondo. Quella che è rimasta arcaica, piuttosto, è la sua sfera emotiva la quale però, come vedremo, nella violenza cieca della propria arcaicità, possiederà sempre un margine di potere assoluto sulla intelligenza e sul comportamento del soggetto in esame.

In altre parole, questo significa che il futuro stalker, pur avendo sviluppato un’intelligenza razionale più o meno adeguata agli standard del gruppo sociale cui appartiene, e pur condividendone gli atteggiamenti e i comportamenti di fondo, sarà sempre condizionabile dagli impulsi che provengono dalla propria sfera emozionale inconscia. Al punto da distorcere la lettura cognitiva della realtà e i suoi stessi comportamenti relazionali pur di assecondare quegli impulsi segreti.

Di fondo, e anche a prescindere dalla possibilità di poterlo riconoscere, il futuro persecutore soffre la nostalgia dell’originario stato fusionale (fetale o neonatale), quasi come se il bisogno legittimo di tale condizione non fosse stato assecondato nel momento opportuno e avesse perciò lasciato un vuoto nostalgico che, anche se anacronisticamente, l’individuo tenterà invano di colmare. Si pensi a un neonato tra le braccia della madre mentre ne cerca avidamente il seno, e si avrà un’immagine corretta di quella condizione in cui la separazione tra “io e tu” non è ancora avvenuta e che, per essere realizzata, necessiterà di molte cure e rassicurazioni.

L’esperienza arcaica del neonato, che può essere immaginato quasi come un puro organo sensoriale del tutto privo di strategie logico-razionali, è quella di essere attraversato da emozioni crude e violente, appunto perché non filtrate da alcun raziocinio. Il benessere profondo della sazietà dopo la poppata e del calore corporeo trasmesso dalla madre, il dolore straziante della fame o quello delle prime coliche fisiologiche; il piacere dell’armonia sonora delle voci parentali, l’orrore del silenzio notturno; l’appagamento ricevuto dalle mani che lo puliscono e lo curano, la rassicurazione dei visi sorridenti su di lui, il terrore sconfinato delle sue proprie grida quando nessuno le ascolta: tutto questo può dare una vaga idea dell’oceano emotivo nel quale tutti abbiamo navigato alla cieca nei primi mesi della nostra vita. Tuttavia, pian pianino, i più fortunati sono stati guidati a scoprire le potenzialità del proprio Io, hanno imparato a sopportare le prime frustrazioni e a indirizzare i propri sforzi verso la ricerca dell’autonomia e dell’indipendenza. Non importa quanto tempo occorrerà prima di raggiungere tali traguardi. L’importante è che il processo sia iniziato e che attraverso prove ed errori, vittorie e sconfitte, gioie e dolori, l’individuo arrivi a maturare una sia pur vaga consapevolezza di sé e di quella condizione ontologica di solitudine – inevitabile e inestinguibile – che è propria di tutti noi umani.

Il futuro stalker è un individuo che non solo non ha raggiunto questo traguardo, ma da un punto di vista emotivo, non ha nemmeno iniziato il percorso. Per quanto possa essere riuscito ad occultare lo spasmodico bisogno di fondersi nel grembo originario, la fusione è l’esperienza alla quale aspira, che persegue e che, in un certo qual modo, pretende.

L’osservazione clinica dei processi mentali del futuro stalker è sempre sconcertante, pur cogliendoli nella loro prima e, forse, timida manifestazione. Fin dalle prime battute, infatti, sia che egli manifesti le sue aspettative ad un partner già collaudato, sia che le manifesti ad un illustre sconosciuto, osservandole bene, sempre appariranno come assolutamente dovute. Che sia la richiesta di un primo appuntamento, dell’instaurazione di un nuovo rapporto o di una futura frequentazione… che sia la richiesta di perdono per una qualche mancanza commessa in un recente passato o, invece, del ripristino di una relazione interrotta per stanchezza sopravvenuta dell’altro, sempre e comunque sarà possibile cogliere nel richiedente la convinzione assoluta e incrollabile della giustezza della propria pretesa e una fede, altrettanto cieca, nella sua prossima soddisfazione. L’altro – del tutto sconosciuto, oppure frequentato alla lontana, oppure ancora già coinvolto in una qualche precedente relazione – comunque mai sarebbe ritenuto capace dal richiedente di tradire le proprie aspettative… per il semplice, terribile fatto che l’altro, come realmente altro-da-sé, non può essere concepito.  L’altro non può essere riconosciuto dallo stalker nella sua sovrana e insindacabile individualità, bensì solo come facente parte di un tutto fusionale con il proprio io. Egli non è in grado nemmeno di immaginare la possibilità che l’altro possa rifiutare le sue richieste e le sue profferte d’amore. Come potrebbe mai farlo se lui è parte integrante di se stesso? Magari l’altro non lo sa! O, almeno, non ancora. Forse la coscienza dell’altro non è arrivata a cogliere a pieno l’indissolubilità della loro appartenenza reciproca… per un qualche oscuro motivo, che il futuro stalker non comprende, l’altro resiste alla beatitudine, all’estasi, all’idillio perfetto che il loro amore realizza. E, dunque, va convinto! Va reso consapevole… bisognerà farlo partecipe del significato profondo della loro unione, occorrerà svegliarlo dal sonno letargico dell’incoscienza e del consequenziale rifiuto.

All’inizio con delicatezza, addirittura con molta pazienza, confidando nel fatto che la verità trova sempre il modo di essere riconosciuta. Poi, magari, con maggior convinzione. Con più foga e alzando i toni delle richieste. A lungo andare, però, con sempre maggior rabbia e convinzione, perché dove mai si è visto qualcuno così stupido da rifiutare il bene supremo che la vita gli sta offrendo? E che diamine… perché l’altro non vuole capire? Perché si rifiuta? Perché si nega e fugge e offende il dono immenso che lui vuole depositare nel suo cuore?

È basilare comprendere questa ottusità di fondo dello stalker. È fondamentale… perché tale caparbietà cieca e indomita – che lo porterà a fare sempre di tutto pur di conseguire l’unione con la persona che crede di amare – è la radice ultima del fenomeno dello Stalking. La sua più profonda e arcaica scaturigine. Perciò, anche a costo di essere ripetitivo e monotono, sento il dovere di sottolineare come il potenziale e futuro stalker sia sempre del tutto convinto che i propri pensieri siano i pensieri dell’altro, che i propri sentimenti siano i sentimenti dell’altro, che i propri desideri siano quelli dell’altro. Come potrebbe perciò rinunciare alle proprie richieste? Per farlo dovrebbe percepire l’altro davvero come Altro, cioè come un individuo autonomo e separato, con pensieri, sentimenti e desideri che potrebbero essere molto diversi dai propri, se non addirittura opposti e contrari. Come se non bastasse, ammesso che fosse in grado di riconoscerli come tali, egli dovrebbe poi essere in grado di rispettarli e onorarli, come qualunque persona sana ed equilibrata alla fin fine rispetta ed onora il libero convincimento degli altri. Anche quando va contro i propri interessi, i propri più urgenti bisogni o le proprie aspettative. Questa possibilità, tuttavia, non è neanche lontanamente considerata dallo stalker. L’accettazione di un rifiuto è situata molto al di sotto dell’orizzonte degli eventi che egli sarà mai in grado di contemplare.

Su questa base arcaica di ipotetica fusionalità si innesteranno poi tutti gli altri elementi della personalità disturbata dello stalker. E tra questi, i più comuni saranno: per gli uomini i tratti fallico-narcisisti. Per le donne i tratti isterici.

In ambo i casi, almeno secondo la teoria bioenergetica, e in accordo con quella freudiana, la personalità dello stalker – o almeno quel poco di essa che sarà riuscito a sottrarsi al pantano della fusione originale – risulterà bloccata in una fase pre-genitale. In parole più semplici questo significa che gli elementi ridondanti saranno sempre quelli di: A) una marcata sopravvalutazione dei propri impulsi emotivi e istintuali, B) la sottomissione del pensiero a tali impulsi attraverso affascinanti razionalizzazioni, C) l’ostentazione teatrale delle proprie presunte ragioni e, infine, D) il convincimento che qualunque mezzo sia idoneo per il raggiungimento del proprio scopo. Anche il più violento ed efferato. Se a tutto questo aggiungiamo una costante, possente e continua coloritura sessuale della vita, il quadro generico così tracciato della personalità dello stalker sarà abbastanza vicino alla realtà.

Presuntuoso, seducente, narcisista, arrogante, egocentrico e per un nonnulla collerico il maschio. Altrettanto presuntuosa e seduttiva la femmina, ma anche più subdola, calcolatrice e ingannatrice, pronta a usare tutti i mezzi a sua disposizione pur di raggiungere lo scopo.

In casi estremi entrambi si riveleranno senza scrupoli, vuoi perché la spinta dei propri bisogni non conosce limiti, vuoi perché la loro personalità non ha raggiunto quel grado minimo di maturità che le avrebbe permesso di concepire l’esistenza di un limite morale. Per questo motivo, di fronte ai fatti efferati commessi da uno stalker, e che spesso raggiungono gli onori della cronaca nera, molti osservatori esterni rimangono non solo inorriditi ma soprattutto esterrefatti. Com’è possibile, si chiedono tali osservatori comuni, che qualcuno della nostra stessa specie possa aver agito in maniera così feroce? Come si può essere così immorali? Ma il problema vero è che lo stalker non ha mai raggiunto alcuna comprensione della moralità. Perciò non è immorale, quanto piuttosto amorale. La distinzione non è da poco. Immorale è colui che, più o meno consapevolmente, viola le norme o i limiti della morale comune. Lo fa pur sempre per soddisfare dei bisogni o degli interessi personali ma, in un certo qual modo, si relaziona con tale trasgressione. Nel tempo, e in particolari condizioni, potrebbe addirittura provare pentimento per le azioni commesse, chiedere scusa e tentare di rimediare. Amorale, invece, è colui che si pone del tutto fuori dalla morale comune. Come lo sono i bambini, appunto, che potrebbero seviziare e uccidere un animale o un loro simile senza provare il benché minimo turbamento. Questo perché la percezione morale, in loro, non si è ancora strutturata. Non ha preso forma, non è sorta come concetto. Ma se la mancanza di qualunque orientamento morale nel bambino può essere considerata normale, perché come tale deve ancora essere acquisita, dall’altro è anche difficile che produca chissà quali danni, perché rapportata appunto alle sue forze. L’amoralità in un adulto, invece, è molto pericolosa. Perché lo priva di quei limiti che sono i soli a poter frenare la violenza cieca del suo desiderio. Il bisogno emotivo del futuro stalker – lo ripeto ancora una volta – non è tanto quello di possedere l’oggetto del suo desiderio, quanto piuttosto di fondersi in lui in un abbraccio dissolvente. Anche quando dall’esterno così proprio non sembra, la verità segreta è sempre la stessa: dissolversi nella fusione con l’altro e così estinguere la dolorosa alterità che contraddistingue la nostra condizione esistenziale.

La psicanalista Linda Leonard nel suo bellissimo saggio Testimone del fuoco, pubblicato dalla casa editrice Astrolabio e dedicato alle varie forme di dipendenza psichica, riserva un intero capitolo alla tentazione dell’amore fusionale che sempre minaccia coloro la cui evoluzione interiore è rimasta bloccata a livelli primordiali. E per esemplificarne il tema, l’autrice interpreta da par suo il libretto dell’opera: L’olandese volante, di Richard Wagner. Un’opera nella quale la protagonista, Senta, pur di salvare il capitano del vascello fantasma dal crudele destino che lo costringe a vagare in eterno per scontare i propri peccati (il capitano olandese è riproposto da Wagner con alcuni tratti dell’Ebreo Errante), sacrificherà se stessa gettandosi da un alta rupe nel mare sottostante.

Testimonianze letterarie a parte sul tema dell’amore fusionale, resta il fatto che di fronte al rifiuto delle proprie profferte d’amore la persona rimasta bloccata ai primordiali livelli della propria evoluzione, si troverà del tutto impreparata e incapace ad accettarlo. Di qui la sua insistenza che diverrà via via sempre più aggressiva e violenta dopo essere passata per lo stupore, l’incredulità, l’impazienza e infine la rabbia. La possibilità del rifiuto di quello che crede essere il proprio amore, torno a ripeterlo, non è contemplata da colui o colei che configura il reato di Stalking, e nessuno può sapere in anticipo quale sarà la soglia sulla quale il comportamento predatorio messo in atto accetterà di arrestarsi. Molto spesso – e per fortuna – la soglia sarà rappresentata da richieste invasive e persistenti che si protrarranno per un tempo inconcepibile ad una persona sana ed equilibrata. Altre volte sforerà quei limiti, ed entrerà nella zona della violenza fisica (più spesso maschile) o in quella del ricatto e dell’inganno (quasi sempre femminile). Nei casi più gravi, tuttavia, quelli nei quali l’equilibrio psichico dello stalker era già minacciato da uno stato latente di delirio, le soglie di contenimento saranno infrante e si arriverà all’eliminazione fisica di colui o colei che si sarà negato alla fusione d’amore.

Immagino che, a questo punto, a qualcuno dei miei lettori sembrerà di cogliere una contraddizione: se è vero che lo stalker è incapace di accettare il rifiuto da parte dell’altro, e se è vero che non è assolutamente in grado di concepire la propria vita senza la presenza coesiva di colui o colei che crede di amare, com’è allora possibile che possa arrivare ad eliminarlo fisicamente?

Chi si pone questa domanda, del tutto corretta da un punto di vista ordinario, non tiene però conto del fatto che lo stalker è prigioniero di un mondo fantasmatico dove la dimensione simbolica è più pregnante e consistente della realtà fisica nella quale tutti noi conduciamo la nostra vita profana. Nella dimensione simbolica, infatti, l’uccisione dell’amato configura la realizzazione perfetta dell’unione eterna. L’ucciso, infatti, è come se, con l’abbandono del piano terreno, potesse essere incorporato nel mondo interiore del proprio omicida che, in questo modo, si unisce a lui per l’eternità. In definitiva, lo stalker realizza una sorta di unione mistica con l’altro, una fusione assoluta dove non ci sono più incomprensioni, conflitti e, soprattutto, possibilità di abbandoni. L’amore – nella follia delirante dello stalker – si è compiuto, si è realizzato nella sua adamantina perfezione, instaurando un periodo di pace e serenità. Se la rabbia e la violenza avevano caratterizzato il lungo periodo di corteggiamento dello stalker, l’uccisione dell’amato, per quanto paradossale possa sembrare, configura invece il suo superamento. Non a caso può essere sconvolgente trovarsi a tu per tu con qualcuno che, sui presupposti che ho appena descritto, abbia attuato la propria follia omicida: al di là di quello che gli farà comodo confessare, nei suoi occhi si troverà una sorta di appagamento sereno, di pace ritrovata, di completezza raggiunta una volta per tutte. L’altro, la persona tanto amata, non potrà più separarsi da lui; mai più potrà supporre di poterlo rifiutare o addirittura di tradirlo, perché la loro unione si è dimostrata perfetta, totale e assoluta.

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