L’amore ai tempi dello stalking

Scritto da Piero Priorini

Lo psicanalista tedesco Erich Fromm, nel lontano 1956, pubblicò un saggio che, grazie allo sguardo retrospettivo di oggi, non esiterei a definire visionario: lontano anni luce dal pan-sessualismo patriarcale di Freud che dominava incontrastato nella cultura occidentale dell’epoca, l’autore provò ad immergersi profondamente nel mistero del “sentire” umano scollegandolo dalla pulsione sessuale vera e propria.

Secondo Fromm, infatti, il desiderio sessuale, in quanto tale, sorge a prescindere da qualunque sentimento amoroso, perché occasionato da una pura necessità biologica. E anche se in molte circostanze della vita adulta finisce poi per identificarsi ed esaltarsi nel sentimento d’amore reciproco tra due persone, non per questo deve essere considerato la “radice ultima” dell’amore. Se infatti è vero, come è vero, che la sessualità nell’amore si esalta, non si può dire altrettanto del contrario. Perché se intendiamo come amore quella forte empatia che vuole il bene dell’altro (o addirittura del mondo) senza anteporvi nessun proprio tornaconto e, dunque, se lo intendiamo come vero e proprio humus morale dello spirito umano, allora è incontrovertibile che alcune sue espressioni ne prescindano completamente.

Tuttavia, il contributo più prezioso di Fromm alla conoscenza della fenomenologia dell’amore fu un altro: quello di riuscire a descrivere l’articolato e irto cammino attraverso il quale tutti noi esseri umani dobbiamo passare per maturare dal bisogno assoluto e radicale di essere “solo” amati – si pensi allo stato fetale e neonatale – a quella piena facoltà di “amare a prescindere” che solo pochissimi individui riescono a raggiungere. Per questo, ci ha insegnato Erich Fromm, l’amore è un’arte. Perché può esprimersi come sentimento solo se, e nei limiti in cui, diviene azione consapevole, gratuita e responsabile. Percepita ciò nonostante, da chi ama, come fonte di pura gioia e realizzazione estrema di sé.

In parole povere, questo significa che se da bambini tutti siamo posseduti da un più che legittimo bisogno di essere curati, protetti, rispettati, e dunque amati (nel senso di ricevere amore), è solo attraverso un lungo apprendistato, collegato al tormentoso processo di maturazione della personalità, che apprendiamo a donare amore. Prima su un piano paritetico, cioè a dire di rispecchiamento reciproco: quando la cura, la responsabilità, l’attenzione e il desiderio sessuale sono ricambiati pur nei limiti delle diversità dei due generi, maschile e femminile. E infine, ma solo in rarissimi casi, su un piano del tutto sublimato all’interno del quale l’offerta di sé può arrivare al dono totale e gratuito. A prescindere dal credo (o non-credo) di qualsivoglia lettore, è questa l’esperienza spiritualmente celata nell’evento del Golgota, congiuntura cosmica durante la quale il Cristo, un Dio fattosi uomo, immolò sé stesso per amore delle sue stesse creature. Da allora, l’imitazione del Cristo ha finito per rappresentare, per tutti gli uomini, a prescindere dalla loro fede o non fede, la massima espressione del superamento dell’ego e l’apertura all’amore spirituale. È l’esperienza di mistici e anacoreti di tutte le epoche e di tutte le religioni (come Pierre Teilhard de Chardin, Madre Teresa di Calcutta, Sri Aurobindo, Thomas Merton). È l’esperienza di rari uomini politici che, come Gandhi, Nelson Mandela o Martin Luther King, seppero andare oltre sé stessi per il bene del popolo che amavano. 

Ma torniamo a noi, umani troppo umani.

Se prendiamo per buone tutte queste considerazioni, dovremmo allora riconoscere come il fenomeno amoroso sia molto meno naturale o spontaneo di quanto tutti supponiamo. Certo! È pur vero che la sua storia è antica come il mondo. Senza dubbio alcuno, combinato e confuso con il desiderio sessuale, è stato responsabile di eventi straordinari, insieme alla ricerca del potere assoluto o della ricchezza più smodata. Di lui si sono occupate la filosofia antica e moderna, le arti plastiche, pittoriche e musicali. A lui sono state dedicate le poesie più belle, le fiabe, i racconti o i romanzi più toccanti, i film più riusciti. L’amore ha occupato, e continua a occupare i sogni notturni e le fantasie a occhi aperti della maggior parte degli uomini e delle donne. Sì! È innegabile la sua potenza suggestiva e pervasiva. Eppure… 

Già! Eppure! Perché se Erich Fromm ha ragione, come hanno confermato tantissimi ricercatori e pensatori dopo di lui, allora forse quello cui finora abbiamo assistito, tranne rare eccezioni, è stata solo una pantomima d’amore. Incontri, relazioni e perfino matrimoni che non supportati da quella padronanza dell’arte che avrebbe permesso la loro riuscita, si sono trascinati di bene in meglio, nascondendo le proprie magagne – stanchezza, noia, disinteresse sessuale, tradimenti, irresponsabilità menefreghismo e quant’altro – dietro insospettabili facciate di bell’aspetto.
Adesso mi fischiano le orecchie. Perché immagino le voci di dissenso e le accuse di esagerazione che la disabitudine della coscienza collettiva alle più profonde verità genererà nei miei lettori: “Ma cosa blatera questo qua? Come si permette? Non vede o non sente il canto d’amore che si eleva alto sulla terra e che sgorga spontaneo dai cuori delle donne e degli uomini di tutto il mondo?”
Mi dispiace… non lo vedo e tantomeno lo sento. Ma sono in buona compagnia se un ingegno di tutto rispetto come Zygmund Bauman ha creduto opportuno stigmatizzare come “liquida” la cultura occidentale moderna e, al suo interno, denunciare di liquidità anche l’amore umano. Sono in buona compagnia se colleghi appartenenti alle più diverse correnti psicanalitiche sfornano saggi su saggi tentando di comprendere, a volte di giustificare, ma comunque sempre cercando di correggere questa endemica incapacità di amare davvero, e con continuità, che sembra aver colpito l’intera umanità occidentale.

Quando sono chiamato a descrivere in maniera professionale e più circostanziata i perché e i percome di questa situazione, di solito amo citare una pagina del saggio scritto dalla dottoressa Jole Baldaro Verde: La coppia genitale centrata sul legame con l’oggetto è rappresentata, all’inizio, da due persone che per oggetto d’amore hanno l’universo intero, attratti da ogni cosa nuova, arricchiti da ogni incontro, che non hanno bisogno di creare intorno a sé una prigione di regole rigide dentro la quale si devono adattare. La loro sicurezza nasce, paradossalmente, dall’accettare l’insicurezza, l’ambivalenza, il rischio. Due persone per le quali la fedeltà non è un dovere, un impegno, una delle mura della “prigione di sicurezza”, ma è una scelta rinnovata ogni giorno, un libero dono che viene fatto all’altro che risponde altrettanto liberamente.

Il saggio dal quale ho tratto queste righe si intitola Illusioni d’amore, ed è edito da Raffaello Cortina. E, appunto, “illusioni d’amore” sono definiti dalla mia collega tutti quegli incontri, quelle passioni, quei stravolgimenti amorosi che si realizzano lontano dal quadro di maturazione della personalità da lei stessa indicato. Posso capirla! È innegabile – almeno per la maggior parte di noi terapeuti, cui la vita ha concesso il privilegio di sbirciare nelle profondità dell’anima altrui – che un numero esorbitante di relazioni amorose nascano su basi molto diverse e lontane da quelle supposte dai loro protagonisti: immaturità, condizionamenti vari, nevrosi di tutti i tipi, fantasmi personali non riconosciuti ma proiettati come nulla fosse su partner inconsciamente conniventi.

Nonostante ciò io sono meno severo della pur bravissima professoressa e, anziché chiamare illusioni d’amore tutti questi fraintendimenti, preferisco chiamarli “amori malati” o, meglio ancora, “amori immaturi”. Come dire sentimenti a tutti gli effetti. Sentimenti, tuttavia, che non potendo contare sulla piena maturazione delle due personalità, si perdono e naufragano in un mare d’incomprensioni, fraintendimenti, indifferenze, sospetti, tradimenti, pretese assurde, sopraffazioni e abusi di ogni genere.

Insomma… come che sia, non siamo messi proprio bene, anche se non è detto cosa potrà nascere da questo stato delle cose. Perché se è vero che la generazione degli anni ’70 trovò il coraggio di mandare in frantumi il “contenitore” oramai logoro della brava famiglia cattolica patriarcale, e se è vero che la pseudo libertà che ne derivò non aveva radici morali che la potessero alimentare in una maniera sana e responsabile, non è detto che uscita da questo pantano liquido e melmoso l’umanità futura non sarà in grado di reinventarsi forme più autentiche di amore. Nuove forme d’amore coniugale nelle quali riversare tutto ciò che è, e che continuerà sempre ad essere, necessario trasmettere alle nuove generazioni. Forse sarà una mia deformazione professionale, ma mi è impossibile immaginare la crescita sana di un nuovo individuo, privo di modelli altrettanto sani di Madre e di Padre, di Femminile e Maschile, di Donna e di Uomo. Modelli che testimonino l’esperienza reale e concreta dell’amore condiviso, dell’amore possibile o, in altre parole, di un futuro d’amore. 

Fino ad allora, però, sguazzeremo nel pantano liquido e melmoso che abbiamo generato e, al suo interno, vi troveremo tutte le caricature d’amore possibili e immaginabili. Perciò, prima di passare ad esaminare più da vicino quelle forme patologiche che abusano di invadenza, inganno e violenza giustificandole come amore, sarà necessario ribadire cosa sia l’amore e, soprattutto, la capacità di amare.

Potremmo allora cominciare con l’annotare alcune delle sue più accreditate definizioni, poetiche e letterarie, a prescindere da qualunque giudizio critico o pretesa scientifica. Non soltanto perché io sono convinto che l’arte sia uno strumento conoscitivo molto più preciso ed attendibile della tanto esaltata scienza, ma soprattutto perché al di fuori della stretta fisiologia sessuale, la scienza non è mai stata in grado di dire molto su qualunque fenomeno che non sia possibile definire in modo preciso e, soprattutto, quantificare. 

Allora vediamo:

– Scuote l’anima mia Eros, come vento sul monte, che irrompe entro le querce e scioglie le membra e le agita, dolce, amaro, indomabile serpente. 

Saffo

 – Che l’amore è tutto, è tutto ciò che sappiamo dell’amore.

Emily Dickinson

– Ben poco ama colui che può esprimere a parole quanto ami.

Dante Alighieri

– Se non penserò all’amore, non sarò niente.

Paulo Coelho

– L’amore non vuole avere, vuole soltanto amare.

Hermann Hesse

– La sola cosa che si possiede è l’amore che si da.

Isabel Allende

– L’amore è una strada che va dagli occhi al cuore senza passare per l’intelletto.

Gilbert Keith Chesterton

– Ciò che rende unico l’amore è questo suo inafferrabile morire e rivivere ad ogni istante.

Juan Baladán Gadea

– Amatevi, ma non tramutate l’amore in un legame. Lasciate piuttosto che sia un mare in movimento tra le sponde opposte delle vostre anime. Colmate a vicenda le vostre coppe, ma non bevete da una coppa sola.

Gibran Khalil

– Amare non vuol dire impossessarsi di un altro per arricchire se stesso, bensì per donarsi ad un altro per arricchirlo.

Michel Quoist

– L’amore guarda non con gli occhi, ma con l’anima.

William Shakespeare

– L’amore è l’occasione unica di maturare, di prendere forma, di diventare in se stessi un mondo.

Rainer Maria Rilke

– Ti amo, non per ciò che sei, ma per ciò che sono io quando sono con te.

Roy Croft

– Cos’è l’amore? Domandate a chi vive: cos’è la vita? Domandate a chi adora: chi è Dio?

Percy Bysshe Shelley

– È certo che nel mondo degli uomini nulla è necessario, tranne l’amore.

Goehe
– È preferibile l’aver amato e aver perduto l’amore, al non aver amato affatto.

Alfred Lord Tennyson

– Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce.

Bleise Pascale

– Il mistero dell’amore è più grande del mistero della morte.

Oscar Wilde

Come si può notare dagli esempi su riportati, elementi in comune sono: lo stupore o la meraviglia di fronte al miracolo del proprio sentire e, nello stesso tempo, dell’esistenza stessa della persona amata. Il desiderio naturale di proteggerla e preservarla da qualunque male, sia endogeno che esogeno. Il rispetto, la stima e la sottile venerazione che correggono e attenuano la brama di possesso, trasformandola nella speranza di poter essere ricambiati. E, infine, l’estasi, nel vero e proprio senso di ex-stasi, cioè fuoriuscita da sé, che non esiterei a definire il vero e proprio elemento centrale della condizione d’amore. Perché come giustamente aveva intuito Vladimir Sergeevic Solov’ev, il male, il male centrale dell’uomo è la ferrea chiusura egoica nella quale conduce la propria esistenza. Il male è la considerazione centrale ed esagerata di sé e dei propri bisogni. Il male è quell’inconscio amore incondizionato di sé stessi nel quale tutti conduciamo la nostra vita, anche quando crediamo di essere generosi, buoni o altruisti. Perciò l’antidoto, l’unico antidoto – suggerisce Solov’ev – è il desiderio d’amore dell’altro, perché all’improvviso esso squarcia l’ottusità autoreferenziale nella quale sempre ci crogioliamo e innalza un Altro a unico motivo per noi d’interesse e di meraviglia.

Quando ci innamoriamo, il desiderio dell’Altro infrange la granitica diga dell’ego e l’acqua della vita si riversa a valle fertilizzando il deserto nel quale avevamo lasciato languire il mondo. Allora diveniamo capaci di qualunque azione, nessuna impresa ci sembra più impossibile e l’Altro, nella sua sacralità, diviene l’unica ragione della nostra altrimenti miserabile esistenza.

Colui che ama in questa forma già sufficientemente matura, anche se è ancora lontano da quel compimento cui accenna Erich Fromm, avverte nell’intimo la necessità di avere cura del benessere fisico e psichico dell’altro. E, anche se non in maniera assoluta, intuisce l’importanza di essere ricambiato in piena coscienza e libertà. Il miracolo dell’amore che l’altro ci porta incontro è racchiuso nel fatto che egli ci ami consapevolmente e in piena e assoluta libertà. Ci si rifletta bene, fino alle sue ultime conseguenze, e ci si accorgerà che di un amore inconsapevole e condizionato non sapremmo assolutamente cosa farcene. Nessuna persona matura potrebbe voler costringere qualcuno (ammesso che lo si potesse fare) ad amarlo con la forza. Nessuno vorrebbe essere amato per la propria condizione di successo economico, o mondano, o politico, o intellettuale. Certo… le doti che ognuno sa e può esprimere fanno parte del suo più ampio fascino ma, a ben vedere, nessuna di queste doti, anche se posseduta nella sua massima espressione, potrebbe mai essere la ragione ultima e profonda del miracolo dell’amore dell’Altro nei nostri riguardi.
L’amore è un dono, sempre e comunque. E se anche è vero che non può esistere un “amare a vuoto”, un amore senza un perché, è poi anche vero che tutti i perché che la coscienza ordinaria potrebbe addurre per giustificare il proprio amare, risulterebbero sbiaditi e opachi di fronte alla pienezza e all’intensità che il sentimento d’amore riesce sempre ad esprimere. In realtà, anche a questo livello intermedio di maturità dell’essere umano, l’amore degno di essere chiamato con questo nome è quello che si realizza tra Io e Io. Qualunque cosa se ne pensi, è di natura spirituale. E solo l’incapacità della coscienza di esserne all’altezza ci fa credere che la bellezza, o l’intelligenza, o l’agiatezza, o la bontà, o la creatività dell’altro lo abbiano occasionato. Nessuno, seriamente chiamato a dare giustificazione del proprio amare, sarebbe mai capace di farlo. Perché l’amore, lasciò scritto Oscar Wilde in De Profundis, che può essere considerato il suo testamento letterario, è piuttosto un atto di suprema immaginazione visionaria dello spirito, grazie al quale il nostro Io riesce a cogliere l’Altro nella sua verità più autentica e profonda.

Adesso, però, le mie orecchie hanno ripreso a fischiare. E se prima mi sembrava di udire voci di dissenso rispetto al quadro catastrofico che stavo dipingendo sull’attuale realtà dell’amore umano, adesso mi sembra di sentire esattamente il contrario: “Ehi… ma dove sono gli amori e le relazioni di cui racconti? Chi li ha mai realizzati? Quello di cui hai parlato nelle ultime righe è pura poesia, traslazioni utopiche di quello che vorremmo accadesse ma che, di fatto, non si realizza mai! La realtà delle relazioni umane è sempre stata ben più miserevole.”

Mi permetto di dissentire. Posso testimoniare che nella mia vita ordinaria e professionale ho incontrato decine, forse centinaia di relazioni mature e compiute. Certo… realizzarle non è stato facile né tanto meno gratuito, e i due amanti hanno spesso pagato un prezzo altissimo. Perché come scriveva uno dei miei grandi maestri: il mondo è ostile all’amore! La banalità del quotidiano è terrificante, l’egoismo che ci abita è indomito, e la vita ordinaria ce la mette tutta per opporsi all’amore. Eppure, alcuni ce la fanno, e quando il fumo delle cruenti battaglie da loro affrontate finalmente si deposita, una grande gioia e una grande pace avvolge le loro anime. E allora si ritrovano lì, increduli e stupiti, a contemplare la tenerezza che li avvolge. L’eco delle battaglie si dirada e loro sono grati al proprio cuore di aver tenuto fino in fondo.
Sì… molti ce la fanno. Nonostante tutto. Ma è pur vero che sono solo quelli che erano arrivati all’incontro già maturi, con i muscoli dell’anima tonici e ben temprati. Perché la continuità dell’amore non è dono gratuito della vita ma, al contrario, una rapina violenta perpetrata dalla volontà inflessibile dei due amanti. Non a caso, nel mio primo e unico romazo-saggio a sfondo psicanalitico, alla provocazione di un personaggio del racconto:

Perché… non è forse vero che il matrimonio è la tomba dell’amore?

Faccio rispondere così al mio alter ego romanzato:

Piuttosto è la tomba dell’innamoramento! Perché l’innamoramento è uno stato, l’amore è un atto. Si subisce uno stato. Di decide liberamente un atto. L’amore autentico è il frutto della libertà. Se si vuole realizzarlo occorre volerlo.

Queste le parole scritte sul mio romanzo. Quando invece mi capita di parlare a voce sullo stesso tema, in genere scelgo un’altra metafora, più semplice e più efficace. Prego i miei ascoltatori di provare a immaginarsi un’ipotetica era arcaica, quando l’essere umano viveva nelle caverne e il fuoco non era ancora stato scoperto. Le notti, allora, dovevano essere fredde e oscure, piene di pericoli celati nel buio più fitto. A questo punto suggerisco di immaginare che, in una notte tempestosa, un fulmine colpisca una vecchia quercia, così generando un immenso falò. Ecco, allora, che l’oscurità si rischiara e un confortevole calore si diffonde tutt’attorno. Gli esseri umani, superato un primo momento di stupore e curiosità, alla fine si radunano intorno al fuoco, felici e appagati di quell’opportuno dono del cielo. Il legno di quercia è duro e molto compatto, perciò brucia lentamente. Il fuoco divamperà per molte notti, assicurando luce, calore e felicità. Nonostante ciò, prima o poi, la quercia si consumerà e alla fine si ridurrà in un grosso ammasso di cenere, cessando di ingentilire la notte e riscaldare il cuore degli uomini. A meno che…

Già! A meno che gli uomini, accorgendosi dell’attenuarsi progressivo della fiamma, comincino a raccogliere altra legna nel bosco e a gettarla sul fuoco. Proprio così… se non si vuole attendere che dal cielo, chissà quando, possa cadere un altro fulmine e incendiare provvidenzialmente un altro albero, allora il fuoco bisogna conservarlo. E per farlo occorrono fatica e impegno.
Quello che voglio dire quando racconto questa ipotetica storia, è che nessuno è mai cosciente delle complesse forze che lo conducono ad innamorarsi. Ma una volta che tale miracolo d’amore si sia realizzato, e per di più sia stato corrisposto, allora bisognerà poi volerlo con tutta la forza di cui si è capaci. Bisognerà volerlo oltre l’opacità della consuetudine che sempre tende a ricoprirlo, oltre le mille banali difficoltà della vita di tutti i giorni, oltre le inevitabili tentazioni che di continuo si presenteranno. Bisognerà voler superare le presunte offese, saper rinunciare alle proprie possibili ragioni, trovare il coraggio di voler riconoscere i propri errori e aprire poi a forza le inevitabili chiusure del proprio ego. E poi, ancora, mantenersi gentili, attenti, disponibili e gioiosi, resistendo alla stanchezza che più volte, come un’arpia, attanaglierà l’anima nei momenti inaspettati.
Sì… bisogna ammetterlo! Il mondo è ostile all’amore e oggi, oggi più che mai, solo donne e uomini realizzati e maturi possono sperare di vincere tale improba battaglia. Perciò, quasi a voler far eco alla dottoressa Jole Baldaro Verde, da me prima citata, direi che l’impresa è possibile solo a individualità che, prima dell’incontro, si siano sperimentate e ben realizzate nell’amicizia, nella sessualità e nel lavoro. Che possiedano forti e irrinunciabili motivi di interesse – nel pensiero, o nell’arte, o nelle attività sportive, o nei viaggi, o nella politica, o nella religione – e, ciò nonostante, siano capaci di comunicarli e condividerli con la persona amata. Donne e uomini consapevoli del significato e del valore delle proprie azioni, e che sappiano riconoscere nel loro amore l’unica forma di resistenza attiva alle forze oscure che, da sempre, minacciano la nostra umanità. Qualunque sia

il significato che a essa si voglia dare.

Questi, dunque, sono i tempi che tutti stiamo vivendo. Queste le difficoltà che dovremmo affrontare qualora volessimo realizzare un’autentica e duratura storia d’amore.

Ma se queste sono le difficoltà, e quelle prima elencate le potenzialità e le risorse che dovrebbero possedere coloro che volessero concorrere all’ambito premio, visto che l’amore si presenta come un bisogno quasi imprescindibile per la maggioranza degli uomini e delle donne di qualunque età e condizione, che ne sarà dei reiterati tentativi che sei miliardi di umanità metterà in scena ogni giorno?
La risposta, purtroppo, è fin troppo semplice: nella maggioranza dei casi falliranno. I più nascondendosi dietro comode facciate di correttezza e rispettabilità. Celando, nell’oscurità delle camere da letto, la freddezza dell’indifferenza o il fuoco livido dell’astio. Altri, invece, stracciando la sostanza d’amore che li aveva partoriti e rivolgendo altrove le proprie speranze. Spesso lasciandosi alle spalle una scia di rabbia ottusa e feroce per i mille diritti ritenuti calpestati, per le fedeltà incomprese o tradite, per le promesse mancate. Aborti d’amore abbandonati per via, tesori che avrebbero potuto essere e che invece non sono stati.

Fra tutti questi amori, però, alcuni erano malati gravi fin dal loro primo vagito.
E sono questi amori nati deformi, menomati e alterati che, come cercherò di illustrare, sovente (anche se non sempre) sono all’origine di quelle particolari forme di molestia e persecuzione che sono indirizzate, nelle fantasie consce o inconsce del persecutore, a stabilire una qualche relazione sentimentale o, più spesso invece, a ri-stabilirla quando quella fosse andata perduta. Con il termine “Stalking” si allude oggi a questi riprovevoli atti, che se nella maggioranza dei casi si risolvono solo in aleatorie minacce continue e asfissianti, è anche vero che possono però degenerare in comportamenti molesti, in aggressioni via via sempre più pesanti e, nei casi estremi, possono addirittura arrivare all’uccisione della vittima.

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