L’amore nel transfert

Scritto da Piero Priorini

“Un solo scopo ha l’Amore: Amare!”
(O.Wilde)

“L’essere dell’Amore è la ricerca e la scoperta
della bellezza inesauribile dell’essere dell’ Altro:
che è la Sua crescita interiore,
Così come crescita è la ricerca che la scopre.”
(M. Scaligero)

 

Come già altre volte era accaduto con altri pazienti, nel momento più delicato della sua analisi, una donna mi rivolse la consueta e ciò nonostante sempre originale domanda: “Come è possibile, dottore, che l’interesse che lei sembra nutrire nei miei riguardi, l’affetto e l’attenzione dai quali mi sento circondata siano veri ed autentici, se poi sono limitati a quest’ora di analisi, condizionati dalla sua professione e, con molta probabilità, elargiti indifferentemente a tutti i suoi pazienti?”
Istruito dall’esperienza, sapevo che con la risposta che stavo per darle ci giocavamo più di un anno di analisi, ore ed ore di sforzi reciproci, di momenti piacevoli e altri invece dolorosi, di incontri durante i quali non ci eravamo risparmiati nulla, costantemente tesi alla realizzazione di quella trasformazione interiore che era l’obiettivo dichiarato del nostro contratto terapeutico. Avevo il dovere di risponderle con sincerità, per quanto difficile potesse apparirmi la cosa. Dovevo risponderle, pur sapendo – c’erano voluti anni perché io stesso raggiungessi una certa chiarezza interiore sull’argomento – quanto questo tema fosse in sé delicato, poco adatto alle cerebrali astrazioni del nostro ordinario pensare e, infine, difficilmente comprensibile nel suo contenuto ultimo e, dunque, più occulto.
Dalla mia risposta di allora (era il 1985) nasce questo articolo (fu scritto nel 1987, ma lo persi in un susseguirsi di traslochi, in una epoca in cui il computer non era ancora di uso comune e le copie cartacee erano l’unica testimonianza dei propri lavori. Per caso l’ho ritrovato oggi: 3 luglio 2009). Fu scritto per A., la donna che allora mi rivolse la domanda, ma era dedicato a tutti i miei pazienti passati e futuri; abbellito nella forma, arricchito nei riferimenti letterari, ma sostanzialmente identico al contenuto di quell’ora in cui entrambi ci sforzammo di comprenderci.

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Che l’Amore, nel suo mistero, abbia sempre sollecitato la curiosità dell’uomo è una realtà che non ha certamente bisogno di essere dimostrata: quale che fosse l’epoca storica e la cultura dominante, esso ha ispirato artisti e poeti, ha guidato il cammino dei saggi e dei giusti, ha incuriosito filosofi e scienziati, ha commosso le masse e ha dato infine un senso ed un significato alla vita di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di incontrarlo. A seconda dei casi e delle circostanze, ha elargito gioia e dolore, inaspettatamente ha stravolto i piani più accurati della ragione, puntualmente ha distrutto il “passato” e ricreato il “nuovo” dalle ceneri del “vecchio”.
Presenza tanto più attiva e reale quanto più ineffabile, sfuggente, inesprimibile, misteriosa!
Molti coloro che hanno tentato di indagarne la vera natura: da Platone (nella celebre opera “il Simposio”) a S. Freud (nell’altrettanto celebre opera “Tre saggi sulla sessualità”) passando per Dionigi l’Aropagita, S. Agostino, Apuleio, Catullo, Boccaccio, Abelardo ed Eloisa, Dante, R. Lullo, B. Pascal, San Francesco, T. Campanella , Schiller, Goethe, V. Solov’ev e mille altri.
Ultimi, e ciò nonostante originali per l’originalità sempre rinnovatesi dell’Amore, lo psicanalista E. Fromm con: “L’arte di amare”, il sociologo A. Alberoni con: “ Innamoramento e Amore”, e lo psichiatra R. May  con: “L’amore e la  volontà”.
Ovviamente i divergenti presupposti epistemologici dei vari autori e la loro personale concezione del mondo e dell’uomo hanno condizionato in modo profondo tutti questi lavori, offrendo però – proprio con ciò – un’ immagine sufficientemente ampia di una realtà per sua stessa natura poliedrica e complessa. Tanto più, quanto più colta al suo livello di manifestazione formale anziché nella sua essenza.
Ma una cosa è certa: che per quanto utopistico ciò possa sembrare, solo se l’uomo riuscirà in un futuro ad esprimere una autentica e completa capacità di amare potrà sperare di vedere finalmente risolti tutti i suoi mali, siano essi politici, economici o sociali. Idea – questa – sulla quale si sono sempre trovati d’accordo uomini di tutte le epoche e delle più diverse estrazioni: artisti, filosofi, scienziati, gente di chiesa e liberi pensatori. Utopia? Forse! Ma certamente l’unica utopia che valga veramente la pena di tentare di realizzare.
Fatto sta che l’Amore è stato assai spesso indicato come il segreto dei segreti, sostanza connettiva dell’intero universo, origine stessa del divenire, fondamento dell’Essere che l’uomo, proprio in quanto creatura incompleta, avrebbe il compito di ritrovare e di realizzare in se stesso come atto di estrema e assoluta libertà. Come Auto-Ricreazione.
Non sono certamente mai mancate testimonianze in tal senso.
Nella notte dell’ultima cena, con l’animo ormai rivolto all’imminente sacrificio, il Cristo parla per l’ultima volta ai suoi discepoli e per loro sintetizza, in poche significative parole, tutto il suo insegnamento:

“Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda;
amatevi l’un l’altro, come io ho amato voi.
Da questo conosceranno tutti che voi siete miei discepoli,
Se avrete amore gli uni verso gli altri.”
(Giov.. XIII, 34)

Più volte, quell’ultima sera, il Cristo ripete queste parole, sempre le stesse, con tenera insistenza, quasi a raccomandarsi che il loro contenuto non vada dimenticato. Comandamento tanto più paradossale se si riflette che esso necessita per essere ottemperato di un’assoluta autenticità e spontaneità del cuore le quali, per antonomasia, mal si accordano con l’ubbidienza e la volontarietà. Trasferiamoci ora, cento anni dopo la svolta dei tempi, in Efeso, antica sede dei misteri sulla costa dell’Asia Minore.
“Vive colà un uomo – scrive E. Boock – tanto vecchio da aver veduto sparire a poco a poco tutti i compagni della propria vita; è divenuto quasi un mito vivente, senza padre né madre, un’immagine e – nello stesso tempo – un messaggero dell’eternità.
In ogni parola tramandata da coloro che ancora lo videro di persona, riecheggia la commozione ed il reverenziale, pio timore che la sua apparizione risvegliava negli uomini.”
Ebbene quest’uomo vecchissimo, conosciuto con il nome di “Presbyter Giovanni” e che altri non era se non l’ispirato autore dell’apocalisse; quest’uomo che tutto aveva visto e conosciuto, veggente potentissimo di fronte al cui spirito si erano squarciati i cieli e rivelati i segreti dell’intero universo; questo gigante della conoscenza i cui occhi avevano contemplato Iside-Sofia, giunto all’apice della saggezza con queste parole, immancabilmente sempre le stesse , istruiva la sua piccola comunità:

                                              “Fanciullini amatevi l’un l’altro!”

Messaggio che nella sua apparente semplicità si è sempre rivelato però di difficilissima attuazione.
Passano i secoli, e, con essi, le civiltà, i costumi, le culture….
1880! Un altro grande – F. Dostoevskij – esploratore instancabile dei più oscuri abissi dell’animo umano, nella sua ultima opera mette in bocca al venerando monaco Zosima le seguenti parole:

“Amate tutta la creazione divina, nel suo insieme ed in ogni granello di sabbia. Amate ogni fogliuzza, ogni raggio di sole! Amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa! Se amerai tutte le cose coglierai in esse il mistero di Dio! Coltolo una volta, comincerai a conoscerlo senza posa ogni giorno di più profondamente. E finirai per amare tutto il mondo di un amore ormai totale.”

Ancora una volta la risoluzione della impropria condizione umana, la ricomposizione unitaria di ciò che per esigenze conoscitive si andò dolorosamente separando e frantumando, nonché la definitiva redenzione del Male, sembra essere riposta nella possibilità che l’uomo rintracci nel proprio cuore quell’Amore cosmico capace di abbracciare il mondo, le cose e gli essere tutti.
Quanto poco ci si sia avvicinati alla realizzazione di una tale impresa è alla portata di tutti. Basta prendere un autobus di linea o confondersi tra la folla di un grande magazzino per accorgersi della incolmabile distanza interiore che separa ogni essere umano dai suoi simili.
Eccoci tutti qui, ognuno chiuso nel proprio mondo di pensieri, sentimenti e desideri, monadi solitarie arroccate nel proprio egoismo, rinoceronti ciechi dalla corazza inviolabile, monoliti granitici originati dalla sedimentazione e mineralizzazione di tutti i pregiudizi, le incomprensioni, i tradimenti, i rancori ed i narcisismi di cui abbiamo riempito la nostra vita. Ineluttabilmente individui, ineluttabilmente divisi e separati proprio affinché avesse senso l’eventuale ricongiunzione, non abbiamo ancora rintracciato, né tanto meno attuato, la “prassi” interiore capace di  operare un tale miracolo. Dolorosamente consapevoli – nella migliore delle ipotesi – della nostra più completa solitudine, senza posa aneliamo l’Incontro, l’abbraccio fraterno, la consolazione di una solidarietà autentica ed universale. Ma con altrettanta insistenza siamo incapaci di realizzarla richiedendo tutto ciò molto di più di un’astratta decisione.
Sono pure masturbazioni mentali – in tal senso – tutti i programmi sociali, le rivoluzioni di classe o le trasformazioni politiche, sono vuote apparenze le piccole come le grandi comunità di individui, patetiche le prediche, dialettici i manifesti, desolatamente ingenui i progetti di fraternità, uguaglianza e libertà.
Ovviamente, pur nella attuale incapacità di un’autentica comunione, ognuno di noi ha pur sperimentato momenti di profonda intimità con un suo simile; o periodi (più o meno coscienti) di reale accordo  ed  armonia con il mondo e la vita. Ma se analizziamo attentamente tali esperienze ci troveremo costretti ad ammettere che, ad esempio, l’amore dei genitori verso i propri figli (o dei figli verso i propri genitori) è un fatto istintivo e perciò dunque “naturale”, che le amicizie più care sono selettive, e che la persona amata appaga in verità le nostre più inconfessate esigenze o i nostri bisogni più segreti; necessariamente è bramata, desiderata, voluta, in un delirio di possesso che raramente conosce soluzione (almeno fin tanto che permane la condizione di innamoramento). Ed anche gli stessi momenti di serena confidenza con gli elementi della terra, quand’anche siano autenticamente vissuti, sembrano per lo più accadimenti occasionali, autentici momenti di grazia che sembrano sfuggire a qualunque determinazione. Comunque delle pause, mai una condizione definitivamente conquistata dall’Io.
In realtà siamo lontani anni luce da quella condizione di amore cosmico incondizionatamente rivolto verso tutti e tutto, quale autentica espressione dell’Io nell’umano.
Ma il tono volutamente carico con cui ho descritto questo stato di cose non deve tuttavia trarre in inganno: se un lungo cammino ancora ci separa dalla meta, questo non significa che essa sia irraggiungibile, né tanto meno che l’impresa debba essere considerata impossibile. La storia, la nostra stessa storia, testimonia di un numero considerevole di uomini che hanno realizzato ed espresso nel quotidiano un tale Amore. Uomini la cui eccezionalità – a ben vedere – consiste unicamente nel fatto di aver saputo accelerare i tempi della propria evoluzione interiore, e pertanto possono a pieno diritto essere considerati gli antesignani della compiuta realizzazione umana. Tanto più umana quanto più conforme alle potenzialità di libertà e di amore che, non ancora evolute, germinano nell’animo di tutti gli esseri di questo mondo.
Intanto, come segno di un’incompiutezza che va via via facendosi sempre più patologica, assistiamo ad un impressionante aumento di disturbi psichici o malattie dell’anima, ingenuamente attribuite dalla superficialità dei moderni ricercatori agli “stress” della vita quotidiana, o alle violenze del potere politico, o alle disfunzioni delle strutture sociali di base (famiglia d’origine, coppia chiusa, habitat lavorativo, ecc…..) o ancora all’educazione, alla religione, alla morale od alla cultura dominanti, a seconda della teoria formativa di ogni singolo teorico o, quel che è peggio, a seconda delle proprie non ravvisate idiosincrasie.
Fatto sta che per ovviare alla crescente esigenza di aiuto che gli uomini della presente epoca storica sempre più spesso reclamavano ecco sorgere un modello di relazione umana che, almeno strutturalmente, non ha precedenti storici: il rapporto psicanalitico.
Legittimato da una pretesa scientificità di ricerca, regolato da una “prassi” pretenziosamente ritenuta rigorosa, tutelato dalla segretezza inviolabile all’interno della quale nasce e si consolida, e ciò nonostante assolutamente autonomo, originale ed imprevedibile, sfuggente – come cercherò di mostrare – a qualunque pedissequa sistemazione della ragione.
Segreto centrale di un tale rapporto è “l’incontro d’anima” che esso realizza tra due individui l’uno a l’altro sconosciuti, secondo un accordo interiore che non muove da elettive selezioni, né da scelte preventive, né da interessi grossolani, bensì  dal reciproco desiderio di comprendersi fino in fondo e, in definitiva di amarsi. Cosa che necessita, per realizzarsi autenticamente, della capacità di vedere l’altro non solo per ciò che sembra, ma anche e soprattutto per ciò che potrebbe essere, ove fosse capace di realizzare ciò che radicalmente è.
Ma procediamo con ordine.
Che all’interno del rapporto terapeutico psicanalitico si realizzasse una sorta di intima comunione fu evidentissimo fin dalle prime esperienze di J. Breuer e dello stesso S. Freud. Ma il clima  rigorosamente positivistico dell’epoca e la necessità di ancorare quanto più solidamente possibile la nuova “prassi” terapeutica al sistema delle scienze naturali, non concedevano spazi sufficienti per una elaborazione veramente spregiudicata del processo terapeutico.
Dopo la fase iniziale – in cui si considerò l’attaccamento insorgente del paziente verso il proprio terapeuta addirittura come una interferenza al processo di svelamento dei ricordi rimossi – si cominciò poi con l’adottare per esso appunto il termine di transfert ed a studiarne quindi tutte le modalità di espressione. Infine, sebbene dopo molti anni (Freud 1912), si riconobbero ufficialmente al transfert tutte quelle potenzialità terapeutiche che ne fecero “l’alfa e l’omega dell’intero processo terapeutico” (Jung). Occorse invece molto più tempo e soprattutto molta più spregiudicatezza prima di riconoscere l’esistenza di un’ analoga tensione emozionale del terapeuta verso il paziente; cosa che inevitabilmente, scuoteva il mito dell’imparzialità scientifica dello psicanalista, almeno nei termini con cui  questa era una volta immaginata.
Comunque sia, da allora, centinaia di lavori  sono stati pubblicati sull’argomento dai rappresentanti delle più diverse scuole, e non è certamente mia intenzione trovare parole nuove per esprimere cose già dette. In tal senso, come analista di formazione junghiana, non posso non richiamare il lettore interessato al bel saggio di C. G. Jung: “Psicologia del transfert”, nel quale, in una successione di immagini estremamente ricche ed efficaci, attinte dal mondo immaginale dell’alchimia, l’autore compara l’intera fenomenologia del transfert  appunto al tema alchemico delle “nozze chimiche” (coniuctio oppositorum). Sarebbe difficile, a mio avviso, trovare un’esposizione altrettanto ricca e suggestiva quanto quella di Jung, o una descrizione così particolareggiata e ciò nonostante mai monotona, sempre essenziale,  comunque ricca e suggestiva. Il linguaggio usato, ovviamente, è quello della psicologia del profondo, ma chi sa comprenderlo vi troverà descritte tutte le fasi attraverso le quali si evolve e si sviluppa la dynamis trasferenziale fino alla sua definitiva soluzione, rappresentata appunto dall’epifania interiore del Sé.
Nonostante tale riconosciuta completezza non ho mai potuto liberarmi dall’impressione che Jung – ove non l’abbia volutamente ignorata – abbia però come minimo trascurato di porsi la domanda fondamentale: “Qual è la forza di coesione dei contrari? Cos’è che unisce Re e Regina in un incontro che,  proprio per il fatto di dissolvere le ordinarie quanto unilaterali identità, permetterà poi loro di realizzare la definitiva integrazione? In altre parole cos’è che riunisce proprio ciò che all’origine è stato diviso e separato? Cos’è che prima seduce, attrae e poi infine cementa, fonde e trasmuta in una superiore unità i due opposti contrari?
A mio giudizio il concetto di “enantiodromia” – da Jung traslato dalla fisica classica all’ambito psichico – non è sufficiente a dare una risposta a tutte le precedenti domande; domande alle quali non si risponderà mai con esauriente completezza fin tanto che non si troverà il coraggio di riconoscere proprio nell’Amore l’essere in sé di tutte quelle forze che presiedono alla riunificazione di ciò che, per esigenze evolutive, andò frantumandosi all’alba dei tempi.
Perciò, anche volendo prescindere dall’opera junghiana, non esiste testo, almeno che io sappia, in cui sia stata rilevata e rivelata tale sostanziale presenza.
Certamente non è facile parlare dell’Amore… e ciò non soltanto per quella anomala dimensione del pudore che, oggi come oggi, ci fa discutere con assoluta naturalezza di qualunque aberrazione sessuale, ma che non può tollerare, perché sconvolgente, anche soltanto l’ipotesi di una presenza sacrale, ma soprattutto perché della natura di una tale realtà in genere si ignora ogni cosa.
E, d’altra parte, i moderni sacerdoti della nuova divinità – la Scienza Esatta – quelli che si ostinano a credere il processo terapeutico fondato su una successione rigorosa di eventi (anamnesi, associazioni, sogni, interpretazioni ecc…) in genere non possono neanche lontanamente sentir parlare della psicanalisi come “comunione di anime” essenzialmente fondata sull’Amore. Di solito, quando ciò viene loro con discrezione avanzato, inorridiscono. Temono che tali idee possano aprire le porte al dilettantismo e al pressappochismo, o che possano legittimare una superficiale preparazione del terapeuta. Non immaginano quanto maggiormente serio, responsabile ed oneroso sia il compito di tutti coloro che lavorano a tale livello di consapevolezza, quanto accurata sia la loro preparazione, proprio perché consapevoli della relatività di tutte le attuali teorie e della impossibilità di poter contare su una sistemazione organica e definitiva dei misteri dell’anima dell’uomo. Almeno fin tanto che non ne sarà conosciuta la sostanziale natura. Si può infatti parlare quanto si vuole di “psiche” o di “anima”, ma finché lo strumento delle nostre indagini rimarrà l’ordinario pensiero cerebrale (cerebrale perché tenacemente vincolato appunto all’organizzazione neuro-sensoriale) anche nella migliore delle ipotesi non se ne avranno che rappresentazioni astratte.

“In realtà – scrive R. Steiner – se indagassimo con mezzi scientifico-spirituali la sostanza, la reale essenza fondamentale dell’animico,…, ci si paleserebbe che tutti i fenomeni animici sulla Terra, pur così diversi, ci si presentano come modificazioni, come molteplici trasformazioni di ciò che, se afferriamo realmente il significato fondamentale della parola, deve essere chiamato amore.
Ogni moto di carattere animico, dovunque esso si presenti, è in qualche modo amore modificato.”

E dunque così come occorre intervenire fisicamente per lenire o sanare un disturbo essenzialmente fisico, allo stesso modo è necessario intervenire animicamente per placare o anche solo riordinare un animo sconvolto. Ma se è l’Amore la sostanza fondamentale di tutti i fenomeni  animici, ne consegue necessariamente che è attraverso veri e proprio impulsi d’amore che si realizzano le così dette guarigioni.

“Hanno carattere d’amore – afferma sempre R. Steiner –  tutti quegl’atti terapeutici che si basano più o meno sui così detti processi terapeutici psichici. …L’agente effettivo in tali terapie psichiche è la forza d’amore trasformata in una qualsiasi forma. Ci deve quindi essere ben chiaro che, senza che ci sia per base questa forza d’amore, si avrà sempre qualcosa che non può portare alla giusta meta. Però i processi d’amore non hanno proprio sempre il bisogno di svolgersi soltanto in modo che l’uomo ne sia completamente cosciente nell’abituale coscienza diurna; essi si svolgono anche negli strati subcoscienti. …Quindi perfino dove in un processo terapeutico non scorgiamo immediatamente il nesso, dove non vediamo ciò che viene fatto, è presente tuttavia un atto d’amore, anche se esso è assolutamente trasformato in tecnica.”

Animati da tale nuova consapevolezza si potrà allora tentare di comprendere anche quegli aspetti del  transfert psicoanalitico fino ad ora giudicati se non altro paradossali. Infatti, mentre al livello formale il rapporto paziente-terapeuta è generalmente tanto più valido quanto più rispettoso di tutta una serie di convenzioni o normative quotidiane (uso almeno iniziale del Lei, giorni ed ore prefissate per gli incontri, sempre nello stesso identico posto, pagamento dell’onorario ecc…), al livello contenutistico questo stesso rapporto sembra invece trarre la sua validità da un elemento  sfuggente a qualsiasi forma o sistemazione, che non è programmabile né tanto meno prevedibile, perché affidato alla libera determinazione di due individui. Un elemento assai raramente rintracciabile nelle più ordinarie esperienze di vita: l’amore non egoistico.
Perché, come nell’amore, paziente e terapeuta possono a volte raggiungere una comunione interiore che va ben al di là dei summenzionati  limiti formali, e che vive in quella dimensione senza tempo e senza spazio che è propria  di ogni realtà animica; ma tutto questo senza nulla chiedere sul piano quotidiano, senza bramare il possesso esclusivo dell’altro (che è l’ordinario limite dell’amore umano) né tanto meno pretendere alcuna forma di manifestazione esteriore che non sia quella prevista dal contratto terapeutico.
Si può dunque comprendere come i due aspetti – che ho chiamato per l’occasione: formale e contenutistico – nella loro polarità siano entrambi fondamentali e necessari. Come lo spirito dell’uomo necessita di una forma fisico-sensibile nella quale provvisoriamente esprimersi e riconoscersi, così allo stesso modo la quintessenza dell’animo umano – l’Amore appunto – necessita di una forma, o “prassi” , nella quale vivere e manifestarsi. Senza l’uno non vi sarebbe tecnica, per quanto raffinata, che non finirebbe per rivelarsi cadaverica, astratta e sostanzialmente inutile. Senza l’altra non vi sarebbe amore – almeno per ora – capace di non degradarsi nelle consuete forme che tutti conosciamo o, quel che forse sarebbe peggio, di non inaridirsi nel più vuoto dei misticismi.
Per tutti questi motivi mi sono da tempo andato convincendo che il rapporto psicanalitico, proprio per il fatto di riuscire a mantenere drasticamente separati i più alti valori ideali dai quotidiani compromessi spinga paziente e terapeuta – reciprocamente – a percepirsi nelle loro immagini ideali; immagini che – in quanto tali – sono più vere e reali di quanto l’ottusa coscienza ordinaria possa lontanamente supporre.
Forse che il rapporto terapeutico possa essere considerato una sorta di anticipazione imperfetta, quasi un “germe”, di quella autentica fratellanza universale che, se vorrà un giorno essere realizzata, dovrà necessariamente fondarsi sulla comprensione e sull’amore reciproco? Certo è che quando finalmente tale fratellanza si stabilirà tra gli uomini – perché mi piace credere che si stabilirà – non sarà dovuta a programmi politici, o a credi religiosi od a astratte filosofie, bensì appunto allo sviluppo sempre più diffuso tra gli uomini di facoltà superiori di coscienza con le quali osservare il mondo, le cose, gli altri….
E sono proprio tali facoltà che il terapeuta – a volte ancora senza rendersene conto – tenta disperatamente di evocare. Quando vi riesce l’altro – il paziente – non viene più “percepito” secondo le ordinarie quanto grossolane forme del suo “apparire”, bensì appunto per ciò che essenzialmente è, e che sarebbe ove smettesse, lui per primo, di identificarsi con il proprio limitato “apparire”. Spogliato del “superfluo”, dell’accessorio”, del “corrotto”, “del viziato”  e del “malato” di cui normalmente si riveste, il paziente è così immaginato dal terapeuta nella sua nudità essenziale, nella sua potenzialità interiore non ancora espressa ed invitato appunto ad esprimerla. Trasformandosi e modificandosi, se non altro per essere degno di quella immaginazione d’amore che lo ha colto nella sua verità più segreta.
Suprema arte dell’immaginazione, che non è qui intesa – si badi bene – come gratuita fantasia, bensì come oggettiva modalità conoscitiva o, per usare le profetiche parole di O. Wilde:

…quella qualità che ci consente di vedere le cosa e le persone nelle loro reazioni reali e ideali.

E quella stessa facoltà che – sebbene non posseduta – da sempre illumina l’amato agli occhi dell’amante, conferendogli una bellezza che nessun altro in genere è in grado di percepire. Perché è la bellezza dello spirito che si rivela appunto soltanto alla attività immaginativa di un’anima innamorata.

“L’amore si nutre d’immaginazione – continua O. Wilde – e così diveniamo più saggi di quanto sappiamo, migliori di quanto sentiamo più nobili di quanto siamo. In questo modo possiamo vedere la vita nella sua completezza, in questo modo, ed in questo soltanto, possiamo comprendere gli altri, nelle loro reazioni vere ed ideali.”

Naturalmente mi rendo ben conto di quanta poca coscienza abbia in genere la cultura psicanalitica dell’argomento di cui mi sto sforzando di parlare; eppure se non si riuscirà quanto prima a penetrare i segreti del transfert e della sacra forza che lo anima, ben poche speranze potranno essere nutrite sul futuro della psicanalisi come scienza.
Quando per ignoranza, per cecità, per malafede o per vizio incorreggibile dell’anima si scambia un tale amore per il sesso e si finisce, come ad esempio accade in America, per avallare e giustificare teoricamente i rapporti sessuali tra paziente e terapeuta, allora il guasto ha raggiunto i “limiti di guardia “, e difficilmente potrà essere recuperato.
Mi auguro di cuore che nessuno creda queste parole dettate da antiquati moralismi. Perché non sono certamente i rapporti sessuali in se stessi che possono turbare una coscienza, quanto piuttosto il fatto di dover assistere all’inversione di una forza originariamente donatasi per ben altri fini.
Non comprendere la vera natura di quella tensione interiore, che come una sorta di immateriale corrente o di impalpabile vibrazione, lega il terapeuta al proprio paziente significa proclamare il primato della primitività.

“L’orrore – per usare le belle parole con le quali S. Bellow in un suo recente romanzo analizza la natura e il senso di un immaginario crimine sessuale – sta nella letteralità: la letteralità genitale dell’illusione. Letteralità – Litteralnes – l’ovvietà dei corpi e delle loro membra.”

Quando ciò accade – e purtroppo spesso accade, se si deve dar credito alle cronache americane – si realizza dunque un tradimento. Che non è tanto, o non solo, il tradimento della fiducia che ogni paziente ripone nella professionalità del terapeuta, quanto piuttosto il tradimento di quell’Amore che accesosi come impersonale forza terapeutica dell’anima, viene invece sacrificato a soddisfare le esigenze egoiche dei due protagonisti. O almeno di uno dei due (spesso il terapeuta).
Come dire che il suo benefico potere viene di colpo annullato. Perché solo quando ciò che si chiede all’interno del rapporto non nasconde il benché minimo interesse personale del terapeuta, né riflette in alcun modo i gusti o le simpatie di quest’ultimo, si può essere certi del suo immateriale potere.
E il paziente, più o meno coscientemente, lo avverte: per questo lo si può all’occorrenza accusare anche duramente, o costringerlo a modificare quegli aspetti della propria personalità che magari anche altri, forse in maniera errata, gli avevano già indicato, ma che lui, appunto per ciò, non aveva voluto modificare. Egli percepisce che non per antipatia, per ripicca, per fastidio o per convenienza viene denunciato, bensì per obbiettiva necessità. L’esperienza che allora in lui si compie potrebbe essere paragonata a quella dell’incontro con il più imparziale dei giudici: se stesso.
È il giudizio più severo ma, d’altra parte, anche l’unico che possa essere mai accettato.
Ma c’è di più: solo un tale impersonale amore garantisce infatti della libertà a venire del paziente. Qualunque compromesso, in tal senso, ancorché minimo, significa invece ipotecare, forse per sempre, tale sua libertà sovrana.
Per realizzare il fine ultimo del proprio lavoro non c’è terapeuta, infatti, che non necessiti della donazione di sé totale ed assoluta da parte del proprio paziente. E appunto perciò il rischio di soprusi, di plagi o di vampirismo psichico in genere è tanto più elevato quanto più bassa è la consapevolezza da parte del terapeuta della sacralità della forza con cui opera. La tentazione di credersi degno “al livello personale” dell’amore dei propri pazienti, un inconfessato bisogno di potere, o un’errata concezione del mondo e dell’uomo, sono solo alcuni esempi tra i tanti motivi che possono stravolgere l’animo di un terapeuta, così compromettendo, se non addirittura vanificando, il fiducioso affidamento del paziente.
Eppure, senza un tale affidamento totale del paziente non v’è terapeuta che potrà mai avere il potere di realizzare la benché minima guarigione. Guarda caso, è proprio questo aspetto “sacrificale” che è stato spesso denunciato dagli avversari della psicoterapia e, come si è visto, non senza ragione.
Sono tuttavia convinto che il rimedio non consista tanto nella condanna ed eliminazione della psicoterapia come “prassi” terapeutica (cosa che avrebbe tutto il sapore di una rinnovata caccia alle streghe), quanto piuttosto nella preparazione di operatori che: “sappiano ciò che fanno e con che cosa lo fanno.”
Solo allora l’Amore, evocato e impersonalmente mediato dal terapeuta attraverso la propria tecnica, potrà esplicare tutta la propria efficacia: non solo operando quale vero e proprio bisturi animico nella interiorità dell’altro, bensì anche risolvendo poi, alla fine del trattamento, l’originario affidamento del paziente in una rinnovata, ma questa volta più autentica autonomia.
Proprio perché trattenuto a livello soprasensibile un tale Amore non vincola, non trattiene, non imprigiona ma libera. Perché sempre la vera libertà nasce dalla volontà e dalla capacità di superare se stessi. Per il terapeuta: offrendosi come impersonale strumento dell’altrui trasformazione. Per il paziente: donando interamente se stesso e accettando fino in fondo il rischio di perdersi: proprio con ciò, tuttavia, ritrovandosi.
Solo chi ha consapevolmente sperimentato la sacralità di tali rapporti:

“Vede – per usare le parole di M. Scaligero – la virtù dell’amore agire nello sforzo degli esseri tesi, in modi diversi e apparentemente contraddittori, a uscire dalle strettoie della necessità naturale. Vede gli aspetti di questo sforzo come forme di tempo, risultandogli fasi della sua stessa storia: quelle che gli hanno dato modo di essere ciò che ora è. Perciò egli ama questi esseri, li sente percorrenti la sua stessa strada: li sente simili a lui e sa che, soccorrendoli, soccorre se stesso.”

Ed infine, solo chi ha coscientemente sperimentato l’assoluta impersonalità di questa forza e l’ha avvertita irradiare indistintamente tra uomini e donne, oltre ogni limite di età, oltre ogni grossolano “apparire” dell’altro, può riuscire ad evocare nella propria anima il giusto atteggiamento: che è quello della gratitudine.
Perché contrariamente a quello che si sarebbe portati a credere, non è solo il paziente ad arricchirsi di questo Amore, bensì anche lo stesso terapeuta che, nei propri pensieri scorgerà, sempre un continuo stimolo alla crescita, un motivo in più per tentare di migliorare se stesso, una continua occasione per lasciar affluire attraverso la propria anima la corrente eterna dell’Amore.
Se non fosse per essa il più “saldo” dei terapeuti – lavorando come di fatto lavora sui confini della follia –  cadrebbe in poco tempo ammalato. L’Amore è la terapia del terapeuta.
È ovvio che “non è tutt’oro quello che riluce”; e ognuno di noi, nel proprio lavoro giornaliero ha conosciuto, e forse sempre conoscerà, come segno dell’umana incompiutezza, l’amaro del fallimento. Che è l’amaro degli amori non nati, o abortiti, per colpa dell’uno o dell’altro. Degli amori incompresi o traditi, degli amori sprecati, ignorati o fuggiti.
Troppo incompleto ancora è il nostro essere Uomini.
Ma di fronte ad un sintomo che scompare, di fronte ad un’anima che si rasserena o di fronte ad un uomo che ritrova infine la strada perduta, dovremmo restare meravigliati, perché ancora una volta, sulla Terra, un miracolo si è compiuto.

Nota: come ho riportato tra parentesi, all’inizio di questo articolo, esso fu scritto nel 1987. Mi colpì, rileggendolo, la distanza che separa l’umus culturale di quegli anni da quello attuale. Mi resi subito conto, infatti, che – pur continuando ad essere del tutto convinto dei pensieri riportati – se lo avessi voluto scrivere oggi, mai avrei usato le parole o i riferimenti letterari che invece appunto usai. E che all’epoca – si badi bene – erano del tutto usuali.
Un abisso psicologico e culturale separa quegli anni dai giorni attuali, ed è difficile anche soltanto immaginare dove la decadenza epocale che stiamo vivendo condurrà tutti noi.
Quando per puro caso ritrovai il dattiloscritto con l’articolo rimasi a lungo indeciso se continuare a tenerlo nel cassetto, o trascriverlo, invece, con parole del tutto diverse da quelle originali (abiurando cioè la forma ma non la sostanza).
Ma alla fine – dopo averci molto riflettuto – decisi di trascriverlo così come si presentava nell’originale, a testimonianza di un’epoca alla quale devo ciò che oggi sono diventato, come terapeuta e come uomo.

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