L’uomo è un essere invisibile

Scritto da Piero Priorini

Garantisco il lettore che questo non è un articolo di fantascienza né tantomeno di New Age, bensì un articolo di psicologia del profondo il cui autore non è affetto da psicosi delirante, è sobrio e vanta una formazione scientifica di tutto rispetto. Solo che, per quanto pazzesca, assurda o azzardata quest’affermazione possa sembrare, la verità è che tutti noi, uomini e donne che abitiamo questo pianeta, essenzialmente siamo gli uni invisibili agli altri. Questa però non è una metafora, un’allegoria o un’immagine retorica, bensì un fatto. Un dato incontestabile, anche se pochissimo evidente – bisogna ammetterlo – della natura ultima delle realtà.
Ma procediamo con ordine, e verifichiamo l’attendibilità di questa mia affermazione.
Potrei cominciare rimandando il lettore interessato agli ultimissimi paradigmi della ricerca scientifica i quali – in contraddizione con quelli propri dell’oramai superata scienza newtoniana – riconsiderano il ruolo dell’osservatore in relazione alla natura dell’oggetto osservato. In altre parole ciò significa, contrariamente a quanto supposto dalla vecchia scienza, che nessun ricercatore (osservatore) può presumere di prendere le distanze dall’oggetto osservato e, da una tale asettica posizione, studiarlo come ente fatto e finito, incondizionato e  non condizionabile dall’intervento che su di lui egli stesso compie. Al contrario, oggi sappiamo che l’osservazione condiziona l’ente osservato, lo modifica nella sua natura più profonda, a testimonianza del fatto che un “quid” più o meno invisibile collega tutti al Tutto e, dunque, ognuno ad ogni cosa. Solo che questo “quid” non è più, oggi, un fluido magico e misterioso, come quello supposto verso la fine dell’800, né tantomeno un etere invisibile e incommensurabile. Al contrario sembrerebbe rimandare ad un legame di natura subatomica – lo stesso che è responsabile del cambiamento istantaneo del senso di rotazione dello splin di due neutrini gemelli ancorché distanti miliardi di km nello spazio siderale – e che rimanda alle forze presenti nell’Ordine Implicato (supposto da David Bohm) o al Vuoto Quantomeccanico di Massimo Corbucci.
Spero di non aver di nuovo spaventato il mio lettore. Non c’è alcun bisogno di conoscere le attuali diatribe che dividono i fisici della meccanica quantistica per comprendere il mio assunto iniziale. Se ne ho riportato alcuni spunti era solo per introdurre l’idea che la realtà del mondo, quella realtà così solida, concreta e incontestabile che si dispiega sotto i nostri sensi, in verità non è affatto così solida, così concreta e così incontestabile come ci fa tanto comodo credere, bensì molto più evanescente e, in ultima analisi, occulta. Nessuno di noi percepisce la Realtà nella sua totalità! Ma ognuno di noi percepisce piuttosto quella porzione (piccolissima) di realtà che siamo stati educati – ma anche condizionati – a percepire.
Giunto a questo punto, prima di proseguire, potrei suggerire un facile esperimento: prendete tre, quattro, venti o cento persone specializzate in un qualche settore. Che so? Un botanico, un etologo, un pittore, un alpinista, un architetto e via discorrendo. E portateli ora, tutti insieme, in un grosso parco naturale. Fateglielo girare in lungo e in largo e a proprio piacimento. E alla fine provate a fare un’indagine profonda e scrupolosa di ciò che hanno visto: sicuramente risulterà che il botanico ha visto piantine di notevole interesse, l’etologo avrà individuato chissà quante colonie di animaletti, il pittore sarà rimasto colpito da cromatismi insospettati, l’alpinista avrà individuato appigli e appoggi su alcuni alberi che si prestavano per essere scalati e l’architetto avrà individuato la pianta organica del parco. Ma il bello è che nessuno avrà visto nulla, ma proprio nulla, di ciò che ogni altro ha invece percepito e gustato in ogni minimo particolare.
Sapete cosa significa tutto questo? Che ognuno di noi percepisce quel tanto di realtà che abbiamo imparato a conoscere attraverso l’educazione, la cultura alla quale apparteniamo, le esperienze che abbiamo fatto e gli strumenti interiori che abbiamo a disposizione. E infine ciò significa che la realtà a cui tutti facciamo riferimento quando parliamo, quando ci muoviamo nel mondo, quando interagiamo con gli altri, in verità è una Convenzione! Tutti noi viviamo immersi in una Realtà Convenzionata, che siamo abituati a credere uguale per tutti ma che, al contrario, è profondamente diversa e Altra per ognuno di noi.
Fino a pochi decenni fa il fenomeno non appariva che in situazioni eccezionali, non tanto perché erano ancora da scoprire le leggi della nuova fisica, o le dinamiche psicologiche del linguaggio, della percezione sensoria o dell’esperienza emotiva. Piuttosto sono portato a credere che quanto meno l’essere umano era differenziato, quanto meno il suo Io era individuato, tanto più coesa appariva la convenzione di realtà della quale tutti partecipavano. Tra le popolazioni primitive, ad esempio, la cui vita interiore ed esteriore era scandita da rituali e tabù inderogabili, c’era poco spazio per la manifestazione dell’individualità specifica ed autonoma, e la sovrapposizione delle singole realtà fino a costituire quella realtà convenzionale che tutti poi avrebbero data per scontata, era perciò facile e immediata. Bene o male tutti partecipavano della medesima realtà.
Ma se ora partiamo da quelle primordiali aggregazioni umane e risaliamo la storia, su su attraverso le famiglie, i clan, le tribù, gli stati, le nazioni e l’attuale cosmopolitismo, ci accorgeremmo che all’ampliarsi del riferimento sociale fa tuttavia riscontro l’emanciparsi della individualità egoica dalla collettività nella quale un tempo era contenuta. Oggi, almeno in occidente, c’è la massima espressione della singolarità della struttura interiore di ogni individuo la quale, in massima parte, si scosta per tutta una serie di cause e di concause dalla condivisione della realtà. E questo nonostante l’appartenenza ad un medesimo territorio, la comune educazione – laica o religiosa – la cultura di fondo e l’incalzare della comunicazione di massa. La quantità di segnali, stimoli e impressioni che agiscono su tutti noi sono talmente tanti e diversificati che nessuno è in grado di appropriarsene e di elaborarli nella loro totalità Si potrebbe perciò anche dire che ognuno accoglie ciò che può, oppure ciò verso cui si sente attratto. Ognuno accoglie una parte infinitesimale dei dati a disposizione e, su tali dati, edifica poi la propria realtà. Una realtà che gli sembrerà concreta ed oggettiva, certa e unica, ma che non coinciderà più se non marginalmente con quella del proprio congiunto, o con quella del proprio vicino, o con quella di tutti gli altri. Ciò nonostante continuiamo a credere in una Realtà Comune senza accorgerci della sua convenzionalità.
Questo inganno che tutti subiamo, questa sorta di incantamento che ci illude di vivere nello stesso universo dove tutti vivono e assoggettati alle stesse leggi naturali, è perciò dovuto al solo fatto che la realtà che ognuno di noi si crea è si fondata su dati inoppugnabili, solo che essi sono parziali. Sono dati minimi di una Trasmissione Dati ben più vasta, ricca e generosa ma che la nostra coscienza non è in grado di contemplare nella sua interezza.
E così conviviamo, a stretto contatto di gomito: il prete che ha dedicato tutta la propria vita alla ricerca di Dio, convinto di salvare l’anima dei propri fedeli; l’amministratore delegato della grande multinazionale che riduce alla fame migliaia di lavoratori, convinto di rispettare il mandato dei propri azionisti; il grande chirurgo che vive ogni giorno immerso nel sangue e negli organi asportati, convinto di essere l’unico e il solo a salvare la vita ai propri simili (perché l’unica vita è quella organica); il giocatore di pallone che incanta una nazione con “l’intelligenza dei propri piedi” convinto di essere chissà quale grande uomo; l’avvocato che vede motivi di contenzioso ovunque; lo sportivo che vive solo per i propri record; il criminale che pensa esclusivamente a quali colpi mettere a segno; il play boy inveterato convinto che le donne siano tutte grandi puttane; l’astrologo che vede ovunque gli influssi delle stelle; la mamma che vive solo per i propri figli… E gli “strizzacervelli” (per fortuna non tutti) che a forza di contemplare le dinamiche più oscure dei loro pazienti sono convinti di vedere l’Invisibile!
Spero che si comprenda che sto semplificando: nessuno si limita nel modo che ho descritto e tutti, chi più chi meno, spaziano in altri ambiti. Ma per quanto vasti questi possano essere sono pur sempre una povera cosa di fronte alla vastità della realtà ultima dell’esperienza che condividiamo.
Perciò provvediamo… continuando a credere in una realtà comune. In una convenzione di realtà.
In questa convenzione rientrano le idee sulla nostra stessa natura. Chi potrebbe negare la nostra completa visibilità? Eccoci tutti qua: una testa, due braccia, un torace, due gambe… capelli, occhi, bocca. I caratteri sessuali maschili o femminili… alti o bassi, magri o grassi, giovani o vecchi, bianchi, neri, gialli o rossi… Eccoci qui, ben esposti alla vista.
Sono sicuro che quanti si sentono fini psicologi a questo punto avranno mangiato la foglia:
– Non basta – avranno pensato sorridendo – c’è di più…
E come dargli torto? Certo che c’è di più.
Come si chiama questa persona? Quanti anni ha? Che istruzione ha ricevuto? Quali talenti ha ricevuto dalla vita? Quali sono state le sue esperienze più importanti? Che lavoro fa? E’ gay o eterosessuale? Quale partito vota? E’ atea o credente? Vive da sola o in compagnia? Quali sono i suoi hobby? Quali i suoi progetti futuri?
Prendiamo tutte queste informazioni, sovrapponiamole a ciò che i nostri sensi percepiscono e… insomma, potremmo dire di avere una più che discreta “vista” di insieme della persona che abbiamo di fronte. Possiamo sentirci soddisfatti.
Peccato che le cose non stiano affatto così e che, ancora una volta, la realtà convenzionale offuschi non solo il nostro sguardo, bensì anche la nostra coscienza. Siamo tutti convinti, infatti, che l’essenza dell’essere umano che ci sta di fronte sia rinchiusa nel tempo e nello spazio, che l’Io dell’ uomo finisca dove finisce la sua epidermide e che, tutt’al più, nella massa cerebrale racchiusa nel suo cranio si occultino i suoi ricordi, le sue capacità, i suoi talenti, le sue mancanze, i suoi progetti, le sue fantasie, le sue speranze. Siamo convinti che l’uomo o la donna che ci stanno di fronte si esauriscano nella loro corporeità e nei tratti psicologici che ostentano.
Ma – lo ripeto – non è così. C’è un territorio più profondo, c’è una zona più ampia, vagamente assimilabile all’inconscio della psicanalisi, dove continuano ad esistere tutte le esperienze che hanno fatto parte della vita di ogni persona. Solo che questo territorio dell’anima non è “contenuto” nelle cellule nervose, né tanto meno nel flusso molecolare delle sinapsi. Piuttosto rinvia a quella dimensione extra-spaziale ed extra-temporale a cui sopra ho accennato e nella quale è radicato l’apparire del mondo. Rimanda a quella dimensione invisibile dalla quale trae alimento e sostanza quella visibile.

Trenta raggi convergono nel mozzo
              Ma è il vuoto del mozzo l’essenziale della ruota.
(Dal Tao Te Ching di Lao Tzé)

Ma il fatto che una dimensione sia invisibile non vuol dire che non esista. Vuol solo dire che non è rilevabile dalla nostra percezione sensoria che è tarata sulla spazialità. Ciò nonostante l’invisibile ha una sua “consistenza”, una sua “dimensione” o, se vogliamo, un suo “spessore”. Solo che, appunto, non si vede. C’è, ma non appare.
Se fossimo in grado di percepirlo, allora, guardando un uomo o una donna, vedremmo un “campo di forze” immenso che – per così dire – alla sommità va condensandosi fino a costituire, proprio all’apice, una piccolissima “perla”, ben solida e compatta. Quella piccolissima perla è la nostra testa, gli elementi semi-condensati appena sotto la testa rappresentano il nostro corpo fisico, mentre tutta la restante, immensa parte di forze plastico-dinamiche è la nostra completa individualità.
Sembra fantascienza, vero? Ma non lo è. Questa è la Realtà della realtà.
Facciamo qualche esempio:
Anni fa si presentò al mio studio un uomo di una certa età. Dopo essersi assicurato del vincolo del segreto professionale, si presentò: era uno degli avvocati più famosi d’Italia. Era stato rappresentante legale di non so più quali grandi industrie italiane a partecipazione statale, era stato molto vicino ad alcuni degli uomini politici ai vertici del potere e, potremmo dire, le sue idee avevano svolto un ruolo importante nell’andamento politico del nostro paese per almeno alcuni decenni. Ebbene, quest’uomo rispettato, invidiato e temuto, mi confidò alla fine il suo segreto. Egli era ben consapevole di non valere assolutamente nulla, di essere un incapace… di essere un inetto, incompetente, inadeguato, maldestro pasticcione e di vivere nell’assoluto terrore di essere scoperto. – Prima o poi – mi confidò quest’uomo con il panico negli occhi – tutti coloro che mi hanno dato fiducia capiranno chi sono, scopriranno chi sono io veramente, e mi cacceranno con infamia!
Non credo che ci sia bisogno di molte parole da parte mia per confermarvi come il suo terrore fosse del tutto infondato. Ve li immaginate i nostri più grandi imprenditori e i nostri più importanti uomini politici – che non esiterei a definire veri e propri “Squali” economici – presi per i fondelli da un millantatore? Per decenni?
Ci sarebbe da ridere a crepapelle. E invece quest’uomo, affetto da una sindrome di abbandono che lo aveva convinto – fin da quando era piccolino – di essere “sbagliato”, cattivo, sciocco e, dunque, indegno di autentica considerazione, quest’uomo che si era laureato con i massimi voti in giurisprudenza (convinto di aver sempre avuto “molto culo”), che si era specializzato alla Bocconi di Milano (secondo lui era stato solo fortunato) e che aveva fatto guadagnare alle industrie di cui si era occupato decine di miliardi (senza merito alcuno, sosteneva), quest’uomo elegante, colto e raffinato era vissuto per sessant’anni nel terrore.
E adesso fate uno sforzo e provate a visualizzare il suo inferno personale: un’ora dopo l’altra, un giorno dopo l’altro, per mesi e per anni, per decenni… Sempre con il fiato trattenuto, spesso con le pulsazioni cardiache alterate, bagnato di sudore freddo, invaso e tormentato da fantasie: “Adesso mi scopriranno, adesso se ne accorgeranno… mi cacceranno via e sarò additato al pubblico lubrico… che vergogna, Dio mio, che vergogna!”.  Era conosciuto come persona brillante e affascinante… in realtà spesso pagava belle donne che si prestavano ad accompagnarlo nelle occasioni mondane, perché la sua vita affettiva ed erotica era stata condizionata dalle stesse dinamiche, dalle stesse paure, dagli stessi fantasmi. Era sempre stato davvero terrorizzato e, all’epoca in cui l’incontrai, era così stanco di questo tormento interiore e della messa in scena che – almeno secondo lui – aveva recitato per tutta la vita che stava seriamente pensando al suicidio.
E adesso chiedetevi: ciò che si vede all’esterno quanta parte di quest’uomo rappresenta?
Poco o nulla. Sulla superficie dell’Oceano-Realtà galleggia la parte emergente di un iceberg. Per quanto gigantesca essa possa essere, è pur sempre povera cosa rispetto a quella parte di sé che la completa ma che giace, invisibile, sotto la superficie dell’Acqua.
Una donna, non più giovanissima, ma che doveva essere stata molto bella, si presenta un giorno al mio studio. E’ una professoressa universitaria, è singol, e vive perciò da sola in compagnia di una gatta oramai molto vecchia. Da bambina aveva molto amato la madre e guardato invece con sospetto un padre spesso assente e troppo scopertamente interessato all’universo femminile. La paziente mi racconta che un giorno, quando lei aveva 8 anni, tutta la famiglia fu coinvolta in un terribile incidente stradale che causò la morte della madre. La piccola rimase perciò con il padre il quale, inconsapevole che nell’immaginario della figlia egli era colpevole della morte della madre (perché al momento dell’incidente era lui che guidava l’auto), pensò bene di buttare benzina sul fuoco, facendole incontrare, negli anni, una dopo l’altra, tutte le giovani donne con cui lui si accompagnava. Donne “oggetto”, che il padre usava e gettava come se niente fosse. La bambina crebbe con un odio feroce nei confronti degli uomini… crebbe, sviluppò… divenne una bellissima ragazza e pensò bene di vendicarsi rendendo agli uomini “pan per focaccia”. In breve tempo divenne una “mangiatrice di uomini”. Uomini che anche lei “usava” cinicamente e “buttava” subito dopo averli fatti innamorare. Tuttavia, quando aveva 35 anni, incontrò un uomo, sposato, molto simile al proprio padre. Un uomo che da bambino era stato testimone delle numerose relazioni amorose intrattenute dalla madre di nascosto dal padre.  Tra la mia paziente e quest’uomo fu subito “cortocircuito”… ne nacque una relazione turbolenta in cui nessuno dei due contendenti era disposto a deporre le armi. Quando erano insieme lui (rievocando la madre) la trattava come una prostituta, una donnaccia poco di buono da usare per il proprio piacere. Con ciò vendicandosi della madre e, indirettamente, di tutte le donne! La mia paziente subiva, come affascinata (dal ricordo del padre), arrivava ad un estremo di umiliazione e poi fuggiva, allontanandosi da lui. Dopo poco però lui tornava a cercarla, promettendole di cambiare, di separarsi dalla moglie e di imparare ad amarla. Lei credeva alle sue parole (bisognosa di conquistare l’immaginario maschile-paterno inconquistabile) e il gioco ricominciava… perché dopo pochissimo lui riprendeva a trattarla come una puttana. Un gioco sempre uguale, sempre lo stesso… ognuno di loro due attratto e convinto a livello inconscio di riuscire prima o poi a risolvere, nella relazione con l’altro, il nodo nevrotico vissuto nel passato: lui perduto nel proprio amore-odio per la madre, lei smarrita nel proprio odio-amore per il padre. Un gioco micidiale, perverso, allucinante, senza scampo… che era durato 15 anni e che ancora era in piedi quando la donna entrò nel mio studio. Quando mi lasciò, due anni dopo, avendo conquistato solo una parziale autonomia da lui, mi disse:
– Se soltanto una volta lui mi dicesse: “Ti amo” potrei finalmente lasciarlo e rifarmi una vita.
Non riusciva a credere che quelle parole, quell’uomo, non le avrebbe mai potute pronunciare perché troppo fiero e vendicativo nei confronti della madre che lo aveva sempre tradito.
Vi invito ancora una volta a immaginare la vita interiore di queste due persone: un’intera vita attraversata da speranze, desideri, collere furibonde, odi profondissimi, bisogni, slanci d’amore, decisioni irrevocabili, promesse mai mantenute, bugie, menzogne, sogni infranti, progetti annullati e poi ogni volta ricostruiti, incontri d’amore, sfide sessuali, attacchi improvvisi indirizzati a fare male, ad uccidere l’avversario che poi, però, si cercherà di resuscitare. Un inferno! Un inferno che durava 15 anni… ma i cui prodromi erano già iniziati 20 anni prima quando sia lui che lei si erano persi, urlando, nei giardini della propria infanzia.
Chi vorrà sostenere che nell’integerrima professoressa o nel medico affermato che tutti i giorni si sono aggirati per le strade della nostra città, e che hanno incontrato amici, colleghi, studenti, pazienti, sconosciuti di passaggio, magari salutando e sorridendo, chi vorrà sostenere che in queste due persone siano stati riconoscibili e dunque visibili le loro più complete ed ultime realtà? Chi ha mai contemplato il loro Io più profondo? Chi li ha davvero visti?
Un ultimo esempio, di sfuggita: penso al prestigioso professore di università, sposato e con due figli, che mi confessò la sua insuperabile attrazione per il masochismo. La sua mente, per altro assai brillante, era quasi continuamente occupata da fantasie erotiche in cui “Padrone Severe”, vestite di cuoio e lattice, armate di manette e frustini, lo costringevano alle più umilianti torture portandolo solo infine ad un orgasmo liberatorio. Anche qui: incontri segreti, menzogne, sperpero di denaro, promesse di cambiamento fatte a se stesso, desideri morbosi, fantasie estreme, vergogna… molta vergogna. Sempre. E poi ancora rassegnazione, pensieri suicidi, voglia di riscatto, masturbazioni segrete, incontri umilianti, ricatti a volte… e ancora vergogna…
Cosa si vede di quest’uomo? Poco o nulla. Il suo Io è invisibile agli occhi del mondo. Ciò che si vede è poca cosa, una quisquilia, schiuma di mare sulla superficie dell’Oceano Profondo.

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È ovvio… si potrebbe ora obbiettare che la mia sia sempre stata una posizione particolare. Che lo studio di uno “strizzacervelli” non sia un laboratorio giusto per simili esperimenti.
Lo credevo anch’io, fino a pochi anni fa. Credevo fosse la “Patologia” ad essere invisibile.
Poi, pian piano, man mano che raccoglievo confidenze e testimonianze occasionali da uomini e donne straordinari che mi capitava di incontrare fuori dal mio stretto ambito lavorativo, mi sono accorto di quanti aspetti della vita interiore delle persone rimanessero sempre e comunque celati alla vista degli altri. Negli anni sono stato onorato, infatti, dalla fiducia di persone che mi hanno fatto partecipe di rivelazioni segrete e informazioni riservate sulla loro vita privata. Vite straordinarie, lo ripeto, nelle quali rilucevano generosità inimmaginabili, abnegazione e senso della responsabilità, sacrifici, scelte eroiche e coraggiose, progetti arditi, gesta spericolate e temerarie.
E allora ho capito. Con l’esperienza e la “vecchiaia” ho capito.
Siamo tutti esseri invisibili. Chi più chi meno. Abbiamo tutti le nostre vicissitudini occulte e siamo tutti attraversati da paure, speranze, bisogni, rimpianti, odi segreti, amori non confessati, fantasie perverse, ferite vergognose, rinunce coraggiose, sacrifici eroici, altruismi inimmaginabili. Tutti ci osservano, ma nessuno “ci vede” per quello che siamo. Noi stessi, tuttavia, vediamo solo una parte piccolissima e superficiale della realtà degli altri, perché quella che veramente conta è nascosta. Non appare, se non per brevi lampi di intuizione immaginativa. Ad esempio quando “amiamo” – come scoprì Oscar Wilde nei suoi ultimi giorni di vita passati in carcere per il reato di omosessualità – perché allora, e solo allora, cogliamo con la forza dell’immaginazione l’essere profondo e ideale dell’altro. Lo cogliamo in una sorta di Immagine Ideale che non è però, si badi bene, una costruzione arbitraria della fantasia, bensì un’autentica percezione visionaria dell’essere dell’altro colto nella sua completezza e nella sua verità.
Solo l’immaginazione d’amore può arrivare a tanto e svelare l’occulto.
Ma essa – da sempre – appartiene agli eletti!
Ai “Poveri di Spirito”.
Qualche volta, ma non sempre, e non per sempre, agli amanti…

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