Nel segno del Leone

Scritto da Piero Priorini

(Articolo estratto dal libro MALDAFRICA)

Sarà stata la seconda o la terza volta che visitavo la Libia – non ricordo bene. Insieme ai soliti amici ci trovavamo a Ghat, porta d’ingresso per l’Akakus, e stavamo oziando nel campement aspettando che ci arrivassero i visti speciali per entrare nel parco, quando Fabiola mi comunicò che per il tardo pomeriggio di quello stesso giorno aveva prenotato sei posti per il festival Tuareg che si sarebbe tenuto poco distante, nella spianata dove il Sahara incontra la periferia della cittadina.
Acconsentii di malavoglia. Temevo il solito spettacolo per turisti: “Luci e suoni del deserto”, ma mi sembrava scortese nei confronti della mia cara amica rifiutare. Oggi le sono estremamente grato per avermi “costretto” a presenziare ad uno spettacolo che, almeno per me, resterà indimenticabile.
Niente “Luci e suoni del deserto”. Piuttosto l’incontro annuale delle 27 tribù tuareg sparpagliate tra la Libia, il Niger, l’Algeria e il Mali, e che colgono questa occasione per ritrovarsi, scambiarsi notizie, mercanteggiare e tracciare una linea politica comune nei confronti di governi che loro non vorrebbero riconoscere e dai quali non sono riconosciuti.
Arrivammo tardi… ma trovammo comunque posto sui palchi di legno costruiti per l’occorrenza.
Il tramonto si approssimava. La luce radente esaltava i mille colori dei gruppi di danzatori, di suonatori, di donne velate e di ragazzini festosi che rappresentavano ognuno un tema diverso.
Esaltato, scesi nello spiazzo sabbioso, mi intrufolai tra i gruppi in festa e cominciai a scattare foto. Ero così preso e intento nel compito che non mi accorsi dell’entrata improvvisa nell’arena dei giovani guerrieri Tuareg sui loro meari (dromedari albini). Così, quando mi girai e alzai lo sguardo, mi trovai quasi travolto da uno di loro: intabarrato nel velo blu scuro che li ha resi celebri nel mondo, le armi (spada e pugnale) sfavillanti, seduto di sghembo sul dromedario bianco che comandava con la pressione del piede sul collo, gli occhi nerissimi che mandavano lampi di orgoglio…
Ricordo che la prima cosa che pensai fu: “Cazzo… Questo è un Uomo!”
Seguirono, nell’ordine, una sensazione fortissima di stupore nei confronti di una maschilità così pura come non avevo mai prima incontrato, poi un’altra, quasi di timore ingiustificato, poi ancora un’altra di rispetto spontaneo e, per finire, una sensazione bonaria, ma intensa, di pura invidia.
Ricordo ancora di aver fantasticato che se fossi stato una donna non avrei desiderato altro che farmi “rapire” e fuggire con lui nel deserto.
Ora spero di non essere frainteso: io non sono mai stato particolarmente suggestionabile… pertanto, nel riferire quello che ho riferito, sto soltanto cercando di testimoniare l’intensità emotiva di cui feci esperienza trovandomi all’improvviso a tu per tu con il giovane guerriero. E l’ultima mia impressione (se fossi stato una donna…), a prescindere dal fatto di averla davvero avvertita come tale, l’ho qui riportata nel tentativo di rappresentare “l’oggettività” della percezione sperimentata. Mi trovavo di fronte a una incarnazione vivente dell’Archetipo del Maschile e, a prescindere dal fatto che io fossi uomo o donna, ne subivo il fascino. Mi trovavo di fronte ad una “rivelazione”, o meglio, ad una epifania.
Era il natale del 2003, ero in vacanza e mi attendevano ancora molti giorni di viaggio e di avventura. L’entrata nell’Akakus prima, e l’attraversamento del Murzuq poi, mi distrassero da quella straordinaria esperienza, ma non me la fecero dimenticare. Tornato a casa e al mio lavoro, essa riemerse, più forte che mai e occasionò l’articolo che state leggendo.
Perché, come strizzacervelli, fui costretto a chiedermi: quali elementi essenziali avevano caratterizzato l’esperienza al punto da renderla significativa e contrapposta a quella realizzata, tutti i giorni, ogni giorno, nell’incontro con i tanti uomini della mia stessa civiltà?
Domanda tanto più interessante se si pensa che negli ultimi dieci anni di lavoro avevo registrato, insieme a molti miei colleghi, un degrado spaventoso della identità maschile occidentale. Un degrado parallelo a quello del Femminile e, in un certo senso, ad esso complementare. Perché alla “donna mascolina” (o fallica, che dir si voglia) e alla “donna fatale” (bella, sensuale e provocante), sul versante maschile era in effetti possibile contrapporre “l’uomo bambino” (irresponsabile, capriccioso, inaffidabile e giocherellone) e “il macho” (bello, duro, arrogante, e che “non deve chiedere mai”). In pratica entrambi fallimentari rispetto all’Archetipo del Maschile che, in un passato anche recente, aveva pur sempre trovato il modo di manifestarsi.
Per comprendere bene cosa voglio dire sarà opportuno tornare ad esaminare, magari in estrema sintesi, le componenti essenziali di questa polarità archetipica così ben individuata e descritta da C.G.Jung, J.Hilmann, E.Neumann e tanti altri ricercatori.
Si presti solo attenzione al fatto che, nell’indicare gli elementi o le “qualità” che contraddistinguono il Maschile dal Femminile, la psicologia analitica è distante anni luce dal voler descrivere l’uomo o la donna che, in quanto tali, portano in sé entrambi gli aspetti ma con sostanziali diversità di manifestazione. Piuttosto, maschile e femminile si riferiscono in questo caso a qualità energetiche, a modalità di funzionamento o, meglio, ad attitudini psicologiche sostanzialmente opposte e contrarie.
Rimando il lettore interessato ad approfondire tali aspetti. Qui mi limiterò solo a riportarli:

Maschile 

Femminile  Ο

Attivo

Recettivo

Dissipatore

Conservatore

Difensore

Curatore

Innovatore, Esploratore

Rigeneratore, Trasformatore

Distruttore

Creatore

Logos (forza che separa)

Eros (forza che unisce)

Forte

Bello

Questi gli aspetti più importanti. Ma è ovvio che sul piano delle analogie simboliche l’elenco potrebbe allungarsi di molto:

Tempo lineare Tempo circolare
Sole Luna
Giorno, Luce Notte, Buio
Aria Acqua
Secco Umido
Emisfero cerebrale sinistro Emisfero cerebrale destro
Razionalità Emozionalità
Ordine Fantasia

Maschile e Femminile, come si potrà facilmente intuire, sono qui immaginati come i due Principi derivati da una prima, radicale divisione (e successiva contrapposizione) di tutti gli elementi contenuti in una Totalità Primigenia. Una sorta di Tutto Originale, immaginato ancora fuori dallo spazio e dal tempo profano,  in cui gli elementi – come nell’antichissima rappresentazione cinese del Tao – coesistono, confusi e sovrapposti.
Se vogliamo, potremmo pensare di aver in questo modo rappresentato, ovviamente sempre in chiave immaginativa, il momento precedente al Big Ben che dette avvio all’universo… oppure ancora la fase originale di fecondazione dell’embrione umano e i suoi primi momenti di sviluppo: quelli antecedenti alla così detta “scelta sessuale”, quando i caratteri (primari e secondari) di entrambi i sessi coesistono e qualunque scelta è ancora possibile. È solo intorno al novantesimo giorno di gestazione, infatti, che la “scelta” viene effettuata, attraverso il rinforzo di alcuni specifici caratteri di genere e la recessione di quelli antagonisti. Da quel momento in poi gli uomini porteranno nella fisicità e nella psiche cosciente gli elementi maschili, nella psiche inconscia quelli femminili. Viceversa per le donne, che porteranno ad espressione nella fisico e nella psiche conscia i tratti femminili, nella psiche inconscia quelli maschili. Da quel momento in poi uomini e donne si contrapporranno… ma anche si cercheranno, affannosamente, quasi a voler ricomporre quella Totalità Originaria, unitaria  e ben equilibrata, da cui “sentono” entrambi di provenire.
Ma torniamo ancora, per un breve momento, alla visione cosmologica: il Tutto ha abbandonato il tempo sacro dell’Essere ed è entrato nel tempo storico del Divenire. La Vita esplode e si propaga, risalendo lungo l’evoluzione della specie, fino a riflettere se stessa nella coscienza dell’Uomo.
La coscienza umana è tuttavia bambina e come tale rappresenta se stessa: nelle braccia degli Dei. Anzi, no… meglio, nelle braccia della Dea.
Non a caso J.J.Bachofen, lo storiografo tedesco che volle applicare alla storia il metodo della archeologia simbolica, sostenne che all’alba delle civiltà tutte le aggregazioni umane si sentirono naturalmente ispirate dal Principio Femminile e chiamò ginecocratiche queste antiche società all’interno delle quali, nella sfera spirituale dominavano le Dee, il diritto era matrilineare, il commercio fondato sul baratto mentre nell’arte predominavano appunto le figure femminili.
Per la psicologia del profondo – che vede nella filogenesi ricapitolarsi l’ontogenesi – questo è lo stadio della Grande Madre, caratterizzato appunto dal contatto, dalla cura, dalla circolarità del tempo, dalle gratificazioni gratuite, dal gioco e dalla mancanza di responsabilità diretta.
E’ solo dal 450 a.C. in poi che questa realtà muta: dapprima con difficoltà, poi sempre con maggior vigore, il Principio Maschile Paterno irrompe nel mondo e offre i valori di cui è portatore. Insieme al cambiamento delle divinità principali, al diritto che diventa patrilineare, alla nascita della proprietà privata e al diverso orientamento delle arti, il Maschile immette l’essere umano nella storia (il tempo lineare), sostituendo al ciclo femminile dell’eterno ritorno progetti e scopi da realizzare. Progetti e scopi per concretizzare i quali occorrono impegno, sacrificio e responsabilità. Ma anche vere e proprie capacità che, da questo momento in poi, faranno la differenza tra uomo e uomo. La forza e il coraggio, propri del maschile, vengono offerti come il contributo di sé alla Vita… la gratuità è finita. L’Amore è percepito come il premio che spetterà all’Eroe solo dopo che avrà ucciso il Drago, rinvenuto il Tesoro e liberata la Principessa.
Se ora facciamo una capriola e, dalla storia del genere umano, torniamo a quella individuale ci accorgeremmo che questo passaggio dalla fase matriarcale a quella patriarcale, in ogni singolo bambino viene risvegliato, propiziato, stimolato, incoraggiato e favorito dal proprio padre.
È uno dei ruoli principali che ci si aspetta egli sappia assolvere e portare a termine: strappare il figlio dalla madre e iniziarlo alla virilità adulta. Allontanarlo dall’incoscienza di sé, dal piacere gratuito, dall’amore incondizionato, dal gioco per il gioco… e insegnargli invece l’onore, il coraggio, la guerra, il sacrificio di sé e – cosa ancor più difficile – indicargli il senso e il significato del proprio ineguagliabile destino.
Possiamo ora tornare ai nostri giorni e osservare come – mancata la rivoluzione epocale che avrebbe dovuto porre fine al patriarcato e ri-unificare gli impulsi dei Principi Maschile e Femminile, con ciò favorendo l’avvento di una nuova era – la maggior parte degli psicoterapeuti ritenga che sia appunto la carenza-assenza della figura del Padre ad essere responsabile del deprecabile stato di immaturità nella quale versa la maggior parte degli uomini moderni.
Claudio Risé, tanto per citarne qualcuno, è uno psicanalista che ha dedicato tutta la propria vita professionale allo studio dei danni sviluppatesi nella psiche maschile a causa della mancanza, nella società moderna, di validi e significativi modelli paterni.
Suoi sono i pregevoli lavori : “Parsifal – l’educazione dell’uomo alla donna e all’amore”, “Il maschio selvatico” editi dalla RED. E poi ancora: “Il Padre, l’assente inaccettabile” e “Il mestiere di padre” editi invece dalle edizioni San Paolo.
Tuttavia viene da chiedersi: dove comincia il cerchio?
In altre parole: quando, come e perché il mondo dei padri ha cominciato ad essere latitante abbandonando i propri figli alle madri o, quel che è peggio, a fatui e inconsistenti modelli di virilità?
Certo… il Patriarcato – come ho già ripetuto più volte – ha fatto il suo tempo e, avendo mancato di rinnovarsi, non poteva che degenerare verso forme primitive e volgari di maschilità. La decadenza epocale ha la sua responsabilità, avendo abrogato qualunque valore, principio o morale prima esistente. E lo sfacelo dei modelli sociali quasi sempre, nella storia, ha proceduto per gradi, somigliando più ad un declivio scosceso che non piuttosto ad un burrone improvviso. Anche se, alla fin fine, la distanza che separa il sopra dal sotto può risultare abissale.
Sono tuttavia convinto che il processo, nella sua essenzialità, sia da attribuire alla perdita del rapporto dell’anima dell’uomo moderno con gli archetipi e con i rituali che erano in grado di rivelarli. Rituali che, essendo fondati nel sacro, erano gli unici che avrebbero potuto reggere il confronto con la vacuità strisciante che oggi ha finito per affermarsi. È come se un organo di percezione interiore, una tempo ben funzionante, si fosse ultimamente atrofizzato, facendo risultare invisibile ciò che una volta, comunque, in un modo o nell’altro, ancora veniva percepito. Magari nei propri sogni… oppure in un film, in un romanzo o addirittura nella vita di un altro essere umano.
Ancora poco tempo fa gli uomini erano in grado di stupirsi di fronte alle gesta di un Eroe o di qualcuno presunto tale, e da lui si lasciavano ispirare. Sognavano di poterlo emulare… e quello che davvero era importante, ai fini formativi dell’anima, era tale stato di abnegazione devota.
Oggi, se da una parte nessun giovane uomo sarebbe comunque in grado di innamorarsi fino in fondo di un Padre-Guida, dall’altra i modelli di virilità sono quello che sono: insulsi, fasulli, gusci vuoti… modelli dai quali sarebbe meglio allontanarsi che farsi ispirare.
Accendo la televisione… oppure apro una qualunque rivistucola oggi tanto di moda, e contemplo a caso le foto di uno dei tanti Taricone che vi sono celebrati: bellocci, palestrati, assolutamente tatuati, arroganti, quasi sempre molto stupidi ma con lo sguardo assassino degli “sciupafemmine”… Dovrebbe essere evidente a chiunque che sono fasulli… non dovrebbe essere spesa nemmeno mezza parola per denunciarli come tali… Uno sguardo dovrebbe bastare.
Un semplice, tranquillo sguardo come quello che rivelò a me la pura maschilità incombente del giovane guerriero Tuareg: fiera, ma non arrogante; vitale, eppure contenuta; ricca di risorse, ma non ostentata… molto semplicemente fondata su se stessa.
Ma eravamo allora in terra d’Africa e le prove – per accedere a tale stadio – estremamente severe.

“I riti hanno l’obiettivo di rendere l’individuo atto ad entrare nella vita di adulto,
iniziandolo non solo alle realtà fisiologiche, ma a  quelle della sua vita sociale e del mondo.
Realtà che deve non soltanto conoscere, ma essere in grado di affrontare.
E dato che tali realtà sono dure, pesanti, spesso angosciose, addirittura crudeli,
i riti d’iniziazione devono essere tutto ciò.”
(Alassane Ndaw)

“Durane l’iniziazione, gli anziani conducono i giovani
verso una conoscenza più profonda dell’intimità, della sessualità e dei rituali,
perché sappiano ciò che li attende.
Ancora vulnerabili, i giovani non si avventurano alla cieca
Nel territorio sconosciuto che è la vita adulta.”
(Sobonfu Somé)

“Ora era notte d’infanzia estrema, densa come la pece.
La paura curvava le schiene sotto i ruggiti dei leoni.
Curvava le alte erbe il silenzio sornione di quella notte.
Fuoco di rami tu fuoco di speranza! Pallida memoria del Sole che rassicurava la mia innocenza.”
(Leopold Sédar Senghor)

“Finché un uomo non ha scoperto qualcosa per cui sarebbe pronto a morire
Non è in grado di vivere.”
(Martin Luther King)

In pratica ciò significa, quasi sempre, sopportazione stoica del dolore. Dimostrazione delle abilità acquisite – che in Africa spesso significano saper sopravvivere o morire nell’incontro a tu per tu con il leone o una qualunque altra belva feroce. Apprendimento della storia sacra del proprio popolo. E infine, messa a disposizione di tutte le proprie potenzialità virili alla famiglia, al clan o alla tribù di appartenenza, fino al sacrificio completo di sé.
Questo, in Africa, significa diventare guerrieri e posso testimoniare che si percepisce. Si sente.
Nel mio studio, a Roma, ogni tanto incontro degli uomini: sono pochi rispetto alle donne, perché occorre coraggio per mettersi in discussione. Il coraggio vero, non quello fasullo ostentato dai tanti fallici narcisisti di cui sono piene le nostre palestre. E poi occorre umiltà, capacità di affidamento incondizionato, curiosità e… sensibilità interiore. Tutta merce rara da questa parte del mondo.
Comunque qualcuno ne arriva… ma quelli, appunto perciò, spesso sono i migliori.
Sconcertante, invece, il quadro del mondo maschile spesso dipinto dalle mie pazienti che, per quanto io non tenda mai a considerare vittime innocenti, mostrano tuttavia una tale capacità di tolleranza e sopportazione e abnegazione che, a volte, non so proprio dove vadano a pescarla.
Raccontano di “bambini” di quaranta e passa anni che ancora vivono nella famiglia d’origine, di “Don Giovanni” da strapazzo il cui unico intento è la rapina di una o più notti, ma perpetrata senza più neanche l’ombra di quella cortesia galante che ha sempre reso più dolce alla donna l’offerta di sé. Raccontano di uomini arroganti, gelosi, pretenziosi, spesso molto violenti che non disdegnano alzare le mani su di loro; di uomini meschini i cui interessi principali sono, nell’ordine, gli amici del cuore, il calcio, la politica, la televisione, il lavoro e solo alla fine la propria donna. Raccontano di padri incapaci anche soltanto di tollerare i bisogni dei propri figli e perciò sempre pronti a scendere in competizione con loro. Oppure di compagni assenti, di amanti perduti, di uomini villani, di mariti distratti, traditori e bugiardi…
Un quadro desolante di cui spesso, indirettamente, come uomo mi vergogno.
Mi rendo tuttavia conto che nessuno ne ha colpa e, paradossalmente, che tutti l’abbiamo. È la colpa del cammino che – come esseri umani – abbiamo intrapreso, della distanza abissale che ci separa dalle origini e dalla forza vivente del sacro che, un tempo, si lasciava percepire. È la colpa della crescita, dell’emancipazione voluta ad ogni costo da quell’antica fonte, della determinazione con la quale ancora stiamo cercando di affermare la nostra capacità di essere liberi.
Canta un griot malinke (cantastorie girovago):

“Dio non fa che abbozzare l’uomo,
è sulla terra che ciascuno si crea.”

Speriamo, un giorno, di riuscire a realizzare ciò per cui tanto dolore è stato versato.
Questa datazione – per quanto simbolica – ha le sue valide ragioni che per motivi di sintesi non posso riportare…

1 Questa datazione – per quanto simbolica – ha le sue valide ragioni che per motivi di sintesi non posso riportare…

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