Perché l’estremo

Scritto da admin

Alcune attività estreme hanno fatto parte della mia vita: ho imparato a sciare a soli 6 anni perciò, da adulto, per qualche tempo ho potuto praticare lo sci-alpinismo. Ad un certo punto ho avuto invece l’opportunità di cominciare ad arrampicare e posso oggi affermare che l’arrampicata su grandi pareti è stata la più grande passione di tutta la mia vita. Una passione che ho mantenuto fino a pochi anni fa, quando l’età “avanzata” e una serie di altre circostanze, mi hanno “consigliato” di interromperla. Mi è rimasto il volo libero in parapendio, che avendo iniziato solo una decina di anni fa non sono in grado di esprimere al meglio, ma che promette di offrirmi ciò nonostante, e ancora per molto tempo, grandi soddisfazioni.
A tutto questo potremmo aggiungere i miei viaggi in 4×4 in Africa e in altre parti del mondo, realizzati spesso in totale autonomia con la mia compagna di vita.

So bene che la maggior parte delle persone è propensa a “giudicare” questo tipo di attività come una sfida con la morte o un impulso suicida, oppure come un bisogno di esaltazione narcisistica di sé o, infine, come una amore sconsiderato per il pericolo. Ma le cose non stanno affatto così e se anche non posso pretendere di sintetizzare nelle poche righe di questo sito ciò che ho dettagliatamente analizzato nel libro “Attività estreme e stati alterati di coscienza”, mi sento di ribadire che spesso, anche se non per tutti, questo genere di attività ha riservato delle potenzialità non indifferenti di conoscenza di sé e della realtà. Non a caso molti protagonisti dell’estremo (da Reinhold Messner ad Alessandro Gogna, da Jon Krakauer a Bernard Moitessier), nel raccontare le proprie avventure hanno sempre testimoniato le trasformazioni graduali, ma radicali, del proprio essere interiore, generate appunto dalla specifica pratica sportiva alla quale si sono dedicati. Certo! È ovvio… ci sono persone e persone. Ed è innegabile che molti possano vivere queste stesse esperienze solo per spirito competitivo, per ostentazione narcisistica di sé  o, quel che è peggio, come perversa attrazione verso la morte. Ma, appunto… ci sono persone e persone.
Per me, comunque, tutte queste attività hanno realizzato una duplice stimolazione: una intima e personale, attraverso esperienze sul-limite che mi hanno permesso di avvicinarmi sempre di più a quella soglia oltre la quale “l’apparire del mondo” svanisce e lascia intravedere la Realtà della realtà. L’altra, invece, professionale. La pratica di queste discipline, infatti, ha stimolato in me sia il desiderio di comprendere nel modo migliore il gioco degli equilibri delle istanze psichiche che sono responsabili del nostro ordinario stato di coscienza, sia la comprensione in diretta di tutta una serie di fenomeni psico-corporei di cui prima avevo solo una conoscenza astratta.
L’ansia, la paura, il panico con tutti i fenomeni fisiologici ad essi correlati… il blocco o comunque l’irrigidimento della muscolatura… la stanchezza estrema… a volte, ma anche il piacere semplice e assoluto, come quello che si è soliti sperimentare da bambini… le virtù del respiro profondo, il controllo delle emozioni attraverso il rilassamento e l’abbandono, la riscoperta del movimento puro, fluido ed essenziale… la capacità di cogliere il limite reale tra ciò che si può osare, senza mettere a repentaglio la propria vita, e ciò a cui si deve rinunciare nel rispetto dei propri limiti. Insomma: una scuola di vita che mi è tornata utilissima nel mio quotidiano lavoro di terapeuta. Un sapere pratico che a volte ho fantasticato di trasmettere ai miei pazienti portandoli in parete, in volo o tra i silenzi del grande Sahara. La società nella quale viviamo, ovviamente, non me lo ha permesso: troppa burocrazia, controlli, leggi, norme e codicilli vari. Troppi formalismi. Troppe difficoltà. Ma l’insegnamento è rimasto e, in un qualche modo, mi auguro di essere riuscito a condividerlo, sebbene in maniera astratta e ridimensionata. Comunque sia fa parte di me, ha plasmato la mia individualità e, come tale, sarà sempre irrinunciabile.

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