Quale terapeuta?

Scritto da Piero Priorini

“Cento anni di psicanalisi – è intitolato uno dei libri di J. Hilmann – e il mondo va sempre peggio.” Certamente… quella di Hilmann è una provocazione bella e buona. Ma qualcosa di vero la contiene. Soprattutto se ammettiamo il fatto che al di là dei limiti ordinari della psicoterapia – comuni a qualunque forma di medicina o pratica terapeutica – e di quelli poi invalicabili del destino ultimo di ogni essere umano, un numero incredibilmente alto di psicoterapeuti sono purtroppo inadeguati. Non tanto per mancanza di formazione, preparazione culturale, serietà o buona volontà, quanto piuttosto per basilare mancanza di attitudine (e mi verrebbe voglia di aggiungere: terapeutica e morale). Che fare allora? Buttare tutto nella spazzatura, o imparare a navigare nel periglioso mare scegliendo magari il capitano giusto (o comunque quello meno sbagliato) a cui affidare il compito di condurre la navicella della nostra psiche fuori dal gorgo nel quale si trova a rigirare su se stessa? Convivere con il proprio disagio, o sciogliere i nodi che uniscono impropriamente la teoria clinica alla pratica, e ri-appropiarsi del diritto di scegliere il proprio terapeuta?
Il fatto è che la psicoterapia (in tutte le sue variegate forme) può essere considerata uno dei fenomeni più contraddittori e paradossali che l’umanità abbia prodotto nel corso dell’ultimo secolo del trascorso millennio, e che appunto, in quanto paradossale, non è stato ancora compreso nella sua più profonda natura. Soprattutto dal pensiero ingenuo “dell’uomo della strada” il quale, altrettanto paradossalmente, è proprio colui che di questo strumento dovrebbe servirsi per arrivare a conoscere meglio se stesso..
Proviamo allora ad osservarla meglio e a trovare un senso tra queste sue mille contraddizioni.

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Quando vide la luce, sul finire dell’ottocento e i primi del novecento, ad opera del genio indiscusso del maestro viennese, la psicanalisi rappresentò la risposta più coerente ed adeguata ai bisogni dell’anima malata dell’uomo moderno occidentale. Come è ovvio fu figlia della sua epoca ma, crescendo, era inevitabile che continuasse a fare i conti con la storia; ed è lungo questo percorso che ha più volte rischiato – e ancora continua a farlo – di perdere contatto con le proprie radici.
Difatti, contravvenendo alle indicazioni del suo stesso ideatore (che intuitivamente aveva auspicato la futura emancipazione della sua creatura dalla matrice medica) la maggior parte dei suoi successori operò in senso contrario e – vittime inconsapevoli di un vero e proprio complesso di inferiorità nei confronti della scienze esatte – diedero vita ad un processo (non ancora terminato) di sistemazione e inquadramento rigoroso della teoria originale. Lo scopo – più o meno confessato – era quello di ottenere il pieno riconoscimento del loro stesso operare e l’iscrizione della psicanalisi appunto nell’albo delle scienze.
Ma – haimé – la psicanalisi non è una scienza. Non ne possiede i requisiti, e quando qualche ricercatore preparato ha voluto sottoporla alle prove del caso in pratica l’ha fatta a pezzi, scoprendo che è autoassertiva e dogmatica, né più nemmeno come tutte quelle sette pseudo-religiose, esoteriche e/o comunque salvifiche di cui è pieno il nostro variopinto mondo. Ovviamente una differenza c’è, e sostanziale. Perché la psicoterapia in una alta percentuale statistica dei casi funziona… funziona davvero; ma al di là della fondatezza delle teorie della personalità (che sono quello che sono), dell’esattezza rigorosa dei protocolli nosografici, dell’accurato studio e della continua verifica dei principi psicodinamici, se la psicoterapia funziona ciò è dovuto alle capacità e alle motivazioni profonde di ogni singolo operatore.
Tant’è vero che ci sono state occasioni (e purtroppo ancora ce ne sono e forse sempre ce ne saranno) in cui singoli terapeuti – usando sostanzialmente lo stesso materiale clinico di riferimento e il gergo più o meno esoterico, ma corretto, di tutti gli altri – hanno finito per creare piccoli o grandi gruppi di discepoli e adepti fanatici a cui nessuno riuscirà mai a dimostrare la condizione di plagio psicologico nella quale si sono venuti a trovare.
Ma attenzione: a ben vedere, la responsabilità di questo stato di cose non dipende della rigorosità scientifica o meno della teoria di riferimento del terapeuta, né tantomeno dal titolo accademico di quest’ultimo, perché tutte le teorie psicologiche (nessuna esclusa) sono auto-referenti, non falsificabili (vedi Popper) e auto-dimostrative, mentre nessuna laurea ha mai potuto, né mai potrà, garantire la sanità mentale, l’attitudine terapeutica e la solidità morale di un terapeuta.
Di fatto non c’è teoria che non presumi una vera e propria capacità intuitiva (e oserei aggiungere “visionaria”) da parte dell’operatore, e che, appunto in quanto capacità intuitiva, non può essere certamente insegnata. E’ pur vero che i più grandi didatti si sono sempre raccomandati di considerare la terapia più un’arte che una scienza, e come tale di insegnarla, ma è poi anche vero che queste loro raccomandazioni non hanno trovato un grande riscontro nelle scuole di formazione. All’arte si guarda con sospetto negli ambienti scientifici, e non si è disposti ad ammettere che essa possa essere una forma ben più evoluta di “conoscenza del reale”; troppo inafferrabili i suoi presupposti, assolutamente non condivisibile come esperienza e senz’altro non riproducibile. E poi come gestirla nell’ambito delle scuole di formazione? E soprattutto (problema vecchio come il mondo) senza un parametro di riferimento oggettivo, chi potrebbe mai garantire dei garanti? Non dimentichiamoci che fu proprio in nome di una maggiore rigorosità scientifica e, soprattutto, di una maggiore garanzia dei così detti “utenti” (termine orribile) che negli anni novanta vennero chiuse le scuole psicanalitiche private e la formazione terapeutica monopolizza dall’università. Con il risultato che – se prima chiunque poteva spacciarsi psicoterapeuta – oggi occorrono invece 24 esami alla facoltà di Psicologia e lo sborso di svariati milioni alle scuole che gestiscono ufficialmente la formazione per raggiungere lo stesso traguardo. Resta da chiedersi se l’utente fosse più protetto quando vagava nella giungla della psicanalisi selvaggia ed era perciò legittimamente sospettoso, o lo sia invece ora che, giustamente, fa affidamento sulla garanzia di un albo.
Come se questo potesse effettivamente garantire alcunché.
Ma c’è di più: se è fondamentale che ogni terapeuta possegga una buona conoscenza della materia medica, e che tale conoscenza sappia poi arricchire e movimentare grazie ad una innata attitudine artistica, non meno importante dovrebbe essere poi la sua levatura spirituale (o morale, che è la stessa cosa); non tanto come aderenza fideistica a questa o a quella confessione, bensì come apertura incondizionata ai più profondi bisogni dell’essere umano, che di spiritualità sono intrisi.
In altre parole ciò vuol dire che l’individualità del terapeuta è il vaso alchemico in cui le conoscenze intellettuali apprese, le capacità creative innate e gli slanci morali conquistati si incontrano, e le sue esperienze di vita rappresentano il fuoco al cui calore tutto questo materiale continua ad amalgamarsi.
Come dire, insomma, che non esiste nessuna psicanalisi o psicoterapia in quanto tale, bensì piuttosto singoli terapeuti. La terapia è un Incontro – intellettuale, emozionale e spirituale – tra due esseri umani e ciò che ne può scaturire, come in tutti gli incontri, è unico e irripetibile.

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Ma se è vero che il “terapeuta è la terapia”, come rintracciare quello giusto?
Ogni tanto arriva nel mio studio qualche paziente che mi racconta di sue precedenti esperienze psicanalitiche: è stato mesi (a volte anni) seduto di fronte ad un terapeuta che sentiva emotivamente distaccato, oppure sdraiato su un lettino dietro il quale un altro terapeuta non pronunciava mai una parola, oppure ancora in relazione con qualcuno che non usava il suo stesso codice verbale ed esperenziale… e sempre mi sento confessare che ha pensato: “Deve essere colpa mia, forse è una resistenza che dovrei superare…”
Quando mi accade cerco di spiegare alla persona che ho davanti che la psicoterapia è sostanzialmente un Incontro, una esperienza emozionale tra due persone, e che non ha senso abdicare il proprio giudizio a favore di dogmi teoretici e luoghi comuni. E’ senz’altro vero: il lavoro analitico prevede il difficoltoso superamento di molte resistenze inconsce, ma non tutte le resistenze sono “resistenze” e occorre intuito da parte di entrambi per riconoscere le une dalle altre. L’aderenza incondizionata alla tecnica o alla teoria di turno è pericolosa. Perché sono le teorie che dovrebbero sforzarsi di aderire alla realtà dell’uomo, non l’uomo alle teorie, per quanto corrette quest’ultime possano apparirgli. Nessun terapeuta – spiego ancora – solo in virtù dei suoi attestati, dovrebbe essere considerato appunto un buon terapeuta o, comunque, il terapeuta adatto per chiunque; e dopo anni e anni di lavoro e di esperienze raccolte sul campo mi spingo certe volte a dire che non conta neppure il suo orientamento teorico (freudiano, junghiano,  bioenergetico, cognitivista, relazionale, ipnotista o quant’altro…), bensì solo ed esclusivamente quello che è come persona.
Ma come scoprirlo?
A chi me lo chiede in genere rispondo: “Soprattutto con la pancia…. Lasciate parlare il vostro istinto, dategli credito, e otto volte su dieci quello vi darà la risposta giusta.”
Ma se la persona davanti a me non si fidasse del proprio istinto, e fosse perciò indeciso, gli suggerirei allora di contattare quanti più terapeuti possibili, rivolgere loro una sola innocente domanda: “Dottore, lei crede nella psicanalisi?” e scartare immancabilmente tutti coloro che rispondono: “Si!”
Perché la Certezza uccide e solo il Dubbio lascia spazio alle speranze.

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