Sindromi emergenti o disagio epocale?

Scritto da Piero Priorini

Oramai da molti anni, dopo l’ingresso prepotente di Internet nell’uso quotidiano, sono comparse nuove “forme” di dipendenza – da video giochi, da Facebook, da Twitter, da siti porno, ecc… – che hanno richiesto nuove forme di strategia terapeutica. Così, oltre all’adeguamento della psicoterapia classica, sono nati Gruppi di Lavoro Autogestiti sull’esempio della Anonimi Alcolisti e, addirittura, cliniche private che si prefiggono di aiutare i degenti a sopportare l’astinenza dal “Virtuale”. In definitiva, però, in tutti questi casi si tratta pur sempre d’individui aventi una così detta “personalità dipendente” la cui psiche, se anche è caduta in nuove e più tecnologiche forme di dipendenza, non per questo si discosta dalla psicodinamica che tutte le dipendenze ha sempre accumunate.
Le “Personalità Dipendenti”, infatti, almeno secondo Freud, sono caratterizzate da rilevanti residui di tratti “orali” che, come nelle primissime fasi dell’evoluzione psichica, li rendono dipendenti dalla “Tetta Simbolica” da cui trae origine il loro nutrimento e, in definitiva, la loro stessa sussistenza psichica. Non importa se alla fine del processo simbolico con il quale si sono inserite nella realtà la dipendenza provenga dall’alcool, dal fumo, dalle droghe, dalle corse ai cavalli, dal gioco d’azzardo o dall’amore di un’altra persona: sempre e solo di personalità dipendenti si tratta.
Secondo il più moderno modello psicologico della “Complessità”, invece, il soggetto dipendente percepisce dei vissuti emotivi dolorosi, sconvolgenti e sopraffacenti, sia rispetto ai propri stati mentali che alle relazioni oggettuali, ma non è in grado di contrastarli efficacemente, poiché presenta un deficit, di natura evolutiva, rispetto alla capacità di identificare e mentalizzare le emozioni. Ciò rende più probabile il ricorso a forme di dipendenza patologica, all’interno delle quali l’oggetto-droga funge da meccanismo di difesa e da regolatore esterno degli stati affettivi.
Tuttavia, quali che siano le teorie di riferimento alla luce delle quali ci si sforza di inquadrare la personalità dipendente, nessuna è in grado di interpretare in maniera unitaria l’eziopatologia dell’emergente esercito di giovanissimi che, se interrogati sulla propria attività lavorativa, si presentano come giocatori professionisti di Poker Online.
Le prime volte che alcuni di loro bussarono alla porta del mio studio di psicoterapia ne fui destabilizzato: non solo perché presentavano sintomi più o meno devastanti ma non omogenei – alcuni accusavano ricorrenti “attacchi di panico”, altri si trascinavano in permanenti “stati ipocondriaci”, qualcuno presentava latenti “stati depressivi”, qualcun altro era effettivamente dipendente da alcool e droghe pesanti mentre, altri ancora, si contorceva in “profonde crisi esistenziali” – ma soprattutto perché era evidente, almeno per me, come la pratica del gioco online non potesse essere considerata una vera e propria radice eziologica, bensì solo una strategia perversa di sopravvivenza in una società altrettanto perversa. In altri termini una strategia che, sebbene responsabile dell’emergenza sintomatica, in alcun modo poteva essere considerata causa diretta dei vari sintomi.
Mi spiegherò meglio: in tutti quei ragazzi gli attacchi di panico rispondevano alla psicodinamica degli attacchi di panico, l’ipocondria alla psicodinamica dell’ipocondria, la dipendenza da droga alla psicodinamica delle dipendenze e le crisi esistenziali erano quello che erano. Ciò nonostante era indubbio che tutte quelle sindromi fossero state come sollecitate, istigate o quantomeno scatenate dalla pratica del gioco online. Insomma… il quadro della situazione era complesso.
Se vi state immaginando questi giovani secondo i canoni romantici del giocatore di poker del secolo passato, dell’uomo che tutte le sere siede al tavolo di panno verde, tra mucchietti di fiches o denaro contante, bicchieri di whisky e dense nubi di fumo… per metà lestofante e per metà avventuriero, risoluto ma freddo e controllato… bhé, allora vi state sbagliando  di grosso. Da un certo punto di vista si potrebbe dire che neanche il gioco del poker sia più lo stesso. Questi ragazzi, la sera, restano in casa propria, siedono davanti al proprio computer e giocano decine di partite online in contemporanea. Le loro decisioni – apro, ci sto, buio, cambio tre carte, raddoppio, vado via o vedo – non dipendono da una “lenta” e “ponderata” valutazione del punto che hanno in mano, di quello che potrebbero avere gli altri giocatori o della situazione di bluff che sia loro stessi che gli avversari potrebbero aver deciso di azzardare. Piuttosto si basano su una velocissima valutazione delle probabilità statistiche insite in ogni specifica situazione di gioco. Molti si servono di equazioni matematiche complesse, apprese e acquisite una volta per tutte, alle quali aggiungono esperienza e calcolata valutazione del rischio implicito in ogni mossa. Per questo le decine di partite in contemporanea: l’aumento del flusso di gioco rende più stabili le valutazioni statistiche.
A tutto questo aggiungiamo che, di solito, le partite “professionistiche” si svolgono di notte, che i livelli di adrenalina – e dunque di stress – sono elevatissimi, che gli ingenti guadagni aprono delle possibilità immense a uomini che sono poco più che ragazzini – e dunque fisiologicamente immaturi, inesperti, viziati e, quasi tutti, privi del benché minimo substrato culturale. Aggiungiamo che, per quanto si voglia essere tolleranti e comprensivi, le grosse somme di denaro guadagnate da questi ragazzi sono pur sempre il risultato dell’impoverimento di altri soggetti… e il quadro del fenomeno comincerà a delinearsi.
Di che cosa si tratta?
Credo di poter affermare che l’esplosione e la diffusione del Poker Online possa essere considerato uno dei tanti sintomi di quel male profondissimo che avvelena la civiltà occidentale moderna contemporanea. Una patologia grave che, se non sarà prontamente curata, entro un tempo brevissimo porterà la nostra civiltà a collassare su se stessa. Il male, spero lo si comprenda bene, non è il gioco in sé e per sé, né alcuna delle altre perverse amenità nelle quali tutti noi uomini moderni occidentali ci dilettiamo. Il Male, piuttosto, come ho già denunciato in numerosi altri miei scritti e articoli, è lo Spirito dei Nuovi Tempi la cui possente azione sull’anima dell’uomo moderno occidentale ha comportato la perdita di qualunque significato, senso, principio o valore che non sia quello del Denaro.
Non che il guadagno, anche esorbitante, non abbia avuto la sua preminenza durante tutta la storia umana. Antichi conquistatori, faraoni, re, imperatori, cancellieri e commercianti hanno sempre fondato il potere sul possesso d’ingenti ricchezze e per la conquista dell’oro, fin dall’origine delle civiltà, si sono combattute le guerre più terrificanti. Tuttavia, accanto alla bramosia della ricchezza, ci sono sempre state motivazioni altrettanto possenti: credo religiosi, ideali politici, impegni sociali e valori individuali. È solo recentissimo il declino della civiltà occidentale che, collassando sotto lo spaventoso irrigidimento delle forze egoiche dell’uomo, ha trovato nell’arricchimento ad oltranza l’unico valore sul quale fare affidamento. In effetti l’intero occidente sembra essere dominato, oggi, da una frenesia di guadagno che non conosce scrupoli e che tende a trasmettere, per contagio, a tutte quelle culture altre – magari ancora in parte incontaminate – con le quali entra in contatto. Fare denaro o accumulare ricchezza in un qualsiasi modo sembra essere divenuto l’unico punto di riferimento o, se vogliamo, l’unico imperativo categorico di milioni di persone. Soprattutto per i più giovani che, in omaggio ai condizionamenti dei mass-media, cercano il business con il quale arricchirsi in maniera facile e, soprattutto, immediata.
A essere onesti è molto difficile dar loro torto: in un mondo dove le risorse energetiche sono in diminuzione, dove il surriscaldamento planetario fa paventare grandi sconvolgimenti tellurici, dove guerre cruenti vengono scatenate per gli interessi delle nazioni oggi dominanti, dove il terrorismo colpisce senza alcuna discriminazione e i signori della guerra cavalcano la minima tensione locale, in un mondo devastato dagli interessi di elefantiache multinazionali, dagli utili di Istituti Bancari sul cui operato nessun governo è più in gradi di sindacare e da una classe ristretta di oligarchi multimiliardari che non sembrano mai paghi di aumentare i propri patrimoni… in un mondo come questo, che valorizza l’immagine, il successo, il divertimento sfrenato, il benessere economico e il disimpegno morale… in un mondo come questo, quale futuro può aspettarsi un giovane nato al di fuori dei “circuiti che contano”? Su quale parametro dovrebbe appoggiarsi per rintracciare e nutrire dentro di sé le risorse sufficienti a conoscere, lottare, impegnarsi, sacrificarsi, crescere… e, in definitiva, divenire Uomo?
Apriamo gli occhi… Nel nostro paese la scuola primaria e secondaria è stata resa “impotente”, grazie agli stipendi da fame corrisposti a maestri e a professori, alla scelta di libri di testo che privilegiano il tecnicismo all’umanesimo, all’uso dei quiz in sostituzione delle interrogazioni e, dulcis in fundo, al forzato gergo economico – “crediti e debiti” al posto di “sufficiente e insufficiente” – con il quale si è voluta riformare (e condizionare) l’educazione dei nostri giovani. Aggiungiamoci l’uso indiscriminato della televisione, la stupidità insulsa dei suoi programmi e il plauso acritico ricevuto da presentatori e presentatrici, cantanti, giocatori di calcio, veline, attorucoli e soubrette… aggiungiamoci la disabitudine alla lettura, la mancata educazione a qualunque forma di arte, il facile reperimento di qualunque sostanza drogante e la tendenza modaiola di invertire il naturale ciclo del giorno e della notte.
Perché dovrebbero voler crescere i nostri ragazzi? Da quale modello dovrebbero lasciarsi ispirare?
Nietzsche lo aveva predetto: “Il deserto cresce… guai a coloro che nutrono il deserto in sé”.
La maggior parte dei giovani da me incontrati il deserto, in effetti, sembravano averlo dentro di loro. Spesso la famiglia d’origine era frantumata o, se c’era, era così insulsa nei modelli proposti da non risultare degna di ammirazione e, dunque, di emulazione. Nella maggior parte dei casi che ho avuto sotto osservazione era già così povera di valori propri da avallare, dopo blande proteste, le scelte progettuali del proprio figlio. Come dire: “Non dovresti caro ma, visto quanto guadagni… in fondo in fondo… perché no!”
Abbandonati a se stessi, senza modelli di riferimento, privi di valori che facciano loro da supporto, come possiamo pensare che dei ragazzini possano distinguere tra ciò che è bene e ciò che è male? Come pensiamo che possano resistere al fascino suadente di migliaia e migliaia di euro oggi inarrivabili al più preparato e responsabile libero professionista? E una volta guadagnate quelle cifre, come possiamo sperare che non vadano dilapidate in abusi ed eccessi di ogni tipo, in omaggio a quel “tutto e subito” che abita ogni tardiva adolescenza ma che, appunto, la responsabilità e la compostezza di modelli adulti validi avrebbe dovuto incanalare?
Come possiamo credere, infine, che essi possiedano, per chissà quale Grazia Ricevuta, la cognizione del rapporto che dovrebbe sempre esistere tra Lavoro Þ Produzione di beni o servizi Þ e Guadagno, e dunque diffidare di qualunque attività possa comportare ingenti compensi senza produzione alcuna? Dovrebbero forse scandalizzarsi? Loro dovrebbero scandalizzarsi, in un mondo nel quale la Grande Finanza ha soppiantato l’Economia Reale e affamato milioni di individui?
Ma c’è di più: tutti questi giovani non sono gli emuli di quei fantasiosi innovatori tecnologici che, rinchiusi nel proprio garage, leggenda vuole abbiano dato i natali alle più prestigiose mutazioni della moderna comunicazione globale. I nostri giocatori online non sono assimilabili a Bill Gates, Larry Page, Sergey Brin, Mark Zuckerberg e tanti altri di quei geni moderni che, su una singolare creazione, hanno poi fondato la stabilità della loro fortuna economica.
No! Questi giovanissimi professionisti del poker online ogni notte sono costretti a esporre il proprio patrimonio, perché se è vero che giocando attenendosi ai propri calcoli la media statistica tra vincite e perdite (a favore delle vincite, ovviamente) dovrebbe essere stabile, è anche vero che flussi statistici negativi, sopravvalutazione di sé, eccessi di azzardo, scelte sbagliate o accanimenti di “sfiga” sono sempre dietro l’angolo. Perciò, ogni notte, il “prezzo” di adrenalina scontato per rimanere in attivo è sempre elevatissimo. E questo a discapito dall’abitudine, della minimizzazione dello stress o dalla forzata indifferenza di cui quasi tutti questi giovani giocatori fanno sfoggio.
Per tutto ciò, non ci dovrebbero stupire i loro profondi malesseri. Piuttosto dovremmo meravigliarci che tutti loro riescano a sopravvivergli!

Giunto alla fine delle mie considerazioni, resterebbe da rispondere alla domanda più importante: ma allora… cosa fare? Quale strategia psicoterapica usare per aiutare tutti questi ragazzi a rintracciare una più autentica e, soprattutto, più umana componente di sé?
Se devo essere sincero, non credo di saper rispondere. O meglio, non credo che esistano risposte precostituite. Credo piuttosto che, di volta in volta, occorrerà verificare quale sia stato il condizionamento più deleterio, l’offesa più dolorosa o la ferita più profonda. Ma, soprattutto, quale sia il talento, la dote o la capacità dormiente in ognuno di loro e, anziché demonizzare la strategia che ha permesso loro di sopravvivere in una società disumana, sperare che loro stessi vogliano abbandonarla progressivamente, mano a mano che altre loro potenzialità riescano a svilupparsi.
Nessuno di loro potrebbe accettare di abbandonare un “gioco” che frutta migliaia di euro al mese, per andare poi ad ingrossare le fila dei nostri giovani disoccupati o, quel che è peggio, per realizzarsi in un qualche misero, ancorché prestigioso, lavoro sottopagato.
Perciò, se qualche ingenuo collega volesse illudersi, puntando sul fatto che il sintomo patito da questi ragazzi (a causa della malignità sotterranea della “professione” esercitata) possa per ciò stesso spingerli ad abbandonarla, farebbe meglio a “svegliarsi” e a guardare in faccia la realtà. Le tensioni sociali responsabili di questa pandemia sono ancora qui, tutte intorno a noi. Lo Spirito Scellerato dei Tempi che inneggia al denaro come unico valore riconoscibile e perseguibile è sempre qui, e alberga nel cuore di ognuno di noi.
L’unica alternativa possibile credo perciò sia la scoperta, la fortificazione e una progressiva attivazione di nuove potenzialità professionali sostenute, per tutto il tempo che occorrerà, dai proventi della nefasta strategia. Come dire: mettere i risultati del male al servizio del bene. Per tutto il tempo che sarà necessario. Ma, nel contempo, sforzarsi di dare a tutti questi giovani uomini un obiettivo, un fine da raggiungere, un senso ed un perché! In fin dei conti, la maggior parte di questi ragazzi ha un’intelligenza superiore alla media e invidiabili doti d’intraprendenza, coraggio e dinamicità. In ognuno di loro ho visto accendersi lampi di genio. E, cosa ancor più sorprendente, manifestazioni di generosità, solidarietà e altruismo inesistenti nella maggior parte dei loro coetanei. Peccato che tutte queste doti siano state lasciate languire, privandole di tutti quegli aiuti responsabili che avrebbero potuto alimentarle.

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