Sulle ali della paura

Scritto da Piero Priorini

Entro ansimando nella cabina della funivia e deposito a terra il sacco contenente la mia vela.  Guardo l’orologio: sono le dodici, appena in tempo per l’ultima corsa della mattina. E di fatti: Driiinnnn… Le porte si chiudono… partenza… Ufff… posso rilassarmi. Mi guardo intorno… ci sono poche persone che salgono, ma quei pochi – come sempre – notano la mia attrezzatura. Un bambino di una decina d’anni, curioso e spontaneo come tutti i ragazzini, comincia a girare intorno al mio enorme zaino, poi di colpo capisce e mi lancia uno sguardo ammirato.
– Ti butti col paracadute? Ti butti dalla montagna?
Mi siedo sul sacco per incontrare i suoi occhi, e gli rivolgo un sorriso:
– Questo non è un paracadute ma un parapendio; e io non mi butto… mi lancio da un prato scosceso. E quando le ali saranno ben aperte volerò alto alto nel cielo.
– Che forzaaaa… E’ difficile?
– Ma no… quando sarai più grande, se vorrai, potrai farlo anche tu…
– Ci mancherebbe altro – s’intromette ansiosa una donnetta grassottella che, molto probabilmente, è la madre del ragazzino – chissà quanto sarà pericoloso…
– Bèh… certo, per essere rischioso è rischioso, ma basta prestare la sufficiente attenzione e…
– Per carità… piuttosto dovremmo imparare ad evitarli, i rischi. Ce ne sono così tanti…
– Appunto, signora – e intanto penso: “Ci risiamo… la solita vecchia solfa. Ma vaglielo a far capire…”-  La vita è intessuta di rischio, e senza l’uno l’altra non può esprimersi.
– Certo che ne avete voi di coraggio…
Come immaginavo: non mi ha neanche ascoltato.
– Io avrei una paura a buttarmi da lassù…
– Ma signora anch’io ho paura. Ho sempre molta paura, solo che…
– Su… non mi prenda in giro… si vede che lei è coraggioso…
– Ma no, guardi…
– Certo che… rischiare così… ma chi glielo fa fare?
Già! Chi me lo fa fare. E come faccio a spiegarglielo? Quante e quali parole sarebbero necessarie per risvegliare questa gentile signora dalla coscienza semi-addormentata? Come potrei mai farla partecipe di una ricerca interiore che è durata trent’anni e, ancora, non è finita?
Avevo sedici anni quando intuii che il mistero della vita era indissolubilmente legato a quello della morte, e solamente ventidue quando entrai in training analitico; da allora non ho fatto altro, in un modo o nell’altro, che meditare sul loro univoco significato. Non è stato facile, perché a mano a mano che mi inoltravo lungo questo percorso – già di per sé complesso e articolato –  scoprivo altresì di allontanarmi dalle strade solitamente battute dalla maggior parte dei miei simili. Ci misi anni a comprenderne i motivi storici.
Epoca inquietante, la nostra… lacerata da mille dubbi e contraddizioni, pervasa dal Male, decadente, corrotta e superficiale; ma la cui caratteristica più drammatica (fra le tante) è appunto quella della negazione e rimozione del dolore, della malattia e della morte. In questi ultimi decenni la vita media degli uomini si è decisamente allungata; la medicina ha realizzato miracoli e ulteriori ne promette, noncurante delle aberrazioni e degli stravolgimenti cui necessariamente sta andando incontro; le assicurazioni e i sistemi di previdenza si sforzano di garantirci il futuro e preservarci dall’incertezza; le agenzie turistiche offrono viaggi sicuri e avventure senza rischi (sic!); la comunicazione di massa ci propina, enfatizzandoli, modelli umani sempre più sani, belli, ricchi, vincenti, spensierati e, soprattutto, eterni. Di conseguenza sempre più uomini vivono inseguendo il proprio benessere personale come se la morte fosse un evento che non li riguardasse per nulla, con il risultato inevitabile di non comprendere più il valore delle cose che li circondano, il significato delle proprie esperienze e, in definitiva, della loro stessa vita. Nessuno sembra davvero felice, ma nessuno sembra disposto a fare il più piccolo sforzo per cambiare questo stato di cose. La paura è troppo forte e non ci sono valori né insegnamenti che permettano di contenerla. Forse senza neanche accorgersene i più si sono rifugiati nell’anestesia, anche se, negata la morte, la vita resterà per loro un mistero incomprensibile.
La cabina della funivia raggiunge il pilone intermedio e, nel sorpassarlo, ondeggia sensibilmente avanti e indietro. All’interno si leva un: “Oooohh…” collettivo. La signora grassottella accenna ad una perdita di equilibrio che compensa addossandosi alla parete; poi afferra il figlio, quasi a volerlo proteggere da chissà quale pericolo e, nervosamente:
– Marcolino… stai attento, per carità….
Ma attento a cosa? – penso tra me e me, intercettando lo sguardo ribelle di Marcolino – non si accorge la signora che così facendo rischia di confondere ed umiliare il proprio figlio? E di instillare in lui una paura che potrebbe anche arrivare a condizionarlo? Davvero strana epoca, la nostra, in cui gli uomini presumono di poter vivere al riparo da qualunque pericolo e, appunto perciò, sentirsi bene.
Purtroppo però le cose non stanno affatto così. Il nostro meraviglioso corpo fisico proviene da una severissima selezione durata migliaia e migliaia di anni, durante i quali abbiamo dovuto affrontare belve feroci, sconvolgimenti naturali, carestie, guerre e pericoli di ogni genere. E alla paura il corpo ha imparato a reagire secernendo ormoni (quali l’adrenalina e la noradrenalina) e inibendo o anestetizzando temporaneamente funzioni inutili al superamento della situazione critica specifica. Con ciò acquisendo energia e vigore e perfezionando il proprio rendimento.
Il nostro corpo fisico possiede straordinarie risorse, che rischiano però di andare perdute se lasciate inutilizzate. Ma se il corpo si deteriora, perché abbandonato nell’inerzia, è lo spirito a soffrire maggiormente perché privato degli stimoli necessari a interrogare se stesso e il proprio destino in un contesto di verifica con il reale. Le elucubrazioni intellettuali escludenti il vissuto corporeo non hanno mai appagato più di tanto e in certi casi l’organismo può arrivare ad imporre la propria rivincita: corse folli in moto o in automobile, truculenti film dell’orrore, dipendenza da sostanze e violenza gratuita (del genere: “lancio di pietre dai cavalcavia autostradali”) possono essere letti come tentativi disperati di ripristinare la funzionalità animico-corporea e colmare il vuoto emozionale che la società del benessere e della sicurezza ha ingenerato. La nostra corteccia surrenale se ne frega dove va a prendere gli stimoli di cui necessita, e la coscienza dell’Io in genere è troppo immatura per distinguere tra esperienze potenzialmente evolutive e altre, decisamente distruttive.
Gli sport estremi – sia detto per inciso – non rappresentano affatto una panacea universale; dipende tutto dalla qualità della coscienza con cui sono vissuti.
Tuttavia spingono a riflettere. L’alpinismo – che ho praticato per vent’anni – mi ha portato via due cari amici e il volo libero uno. Ogni volta è stato terribile e sempre mi sono dovuto chiedere: “Ma ne valeva la pena? E se si!, a quale scopo?” Per quanto incredibile possa sembrare ogni volta ho trovato più di una risposta e, superato il dolore della perdita, dopo essere sceso a patti con la paura, ho ripreso a volare e ad arrampicare. Senza rischi non c’è vita, e chi si illude di poterli evitare o comunque ridurre non si avvede di limitare e impoverire la qualità della propria esistenza. Chissà quanti si sono preclusi il piacere offerto da una qualche esperienza perché da loro giudicata troppo rischiosa? Chissà quanti, per paura di morire, non hanno mai davvero vissuto?
Mi affaccio al vetro della cabina e guardo la valle: “Dio, come è bella la terra… e quanto struggente è il desiderio di immergersi nella sua originaria essenza e partecipare coscientemente al gioco degli elementi. Tra poco… forse, …magari per brevi attimi… il miracolo si compirà di nuovo. Speriamo…”
Mi volto. E incontro il sorriso di circostanza della madre di Marcolino. Contraccambio, un po’ forzatamente. Se soltanto la signora immaginasse cosa spera di incontrare lo spericolato che le sta di fronte. Non certo il rischio fine a se stesso… no davvero… bensì i suoi effetti. Perché l’obbiettivo segreto delle attività estreme, in verità, è il conseguimento di quel particolare stato di grazia che alcuni ricercatori hanno chiamato “Flow”, e che si realizza solo, ma non sempre, nel momento della massima concentrazione. Il paracadutista, il subacqueo, l’alpinista o lo speleologo affrontano a volte situazioni in cui il minimo errore, la minima distrazione può costare loro la vita; ed è appunto allora che il fenomeno tende a prodursi grazie al fatto che le informazioni provenienti dal mondo esterno e da quello interno convergono in un punto centrale e qui severamente selezionate. Ciò che è superfluo viene scartato; pensare, sentire e volere si fondono allora armoniosamente permettendo così all’Io il superamento della situazione. In queste condizioni, percepire ed esistere diventano una cosa sola, ci si fa tutt’uno con l’azione, ci si identifica con essa completamente, e la dolorosa scissione soggetto-oggetto, che ci perseguita come un trauma dalla nascita, per un istante si annulla. Non ci si sente più separati da ciò che si fa, azione e coscienza coincidono. Talvolta (anche se non sempre) la perdita della cognizione astratta di sé è così totale da determinare una comunione con ciò che ci circonda. E’ un momento magico: l’Io e il mondo coincidono.
“Si potrebbe concludere – ha azzardato lo psicologo ricercatore Gert Semler, esperto paracadutista e subacqueo – che il Flow sia una specie di meditazione, anche se non come la si intende comunemente. Negli ultimi venticinque anni il mondo occidentale è stato attraversato da forti correnti di cambiamento che hanno risentito del richiamo all’interiorità e alla spiritualità proprie del mondo orientale. Tuttavia, molti di quelli che un giorno si sono dedicati alla meditazione hanno dovuto rinunciare al loro tentativo senza successo: avevano scelto il mezzo sbagliato? Forse noi occidentali imbevuti di razionalità non abbiamo abbastanza disciplina per trovare la via all’interiorità? Siamo troppo astratti e complicati? Oppure pecchiamo di eccessi di individualismo? Forse abbiamo davvero bisogno della sfida con la realtà per poter ottenere ciò di cui la fede profonda era capace un tempo: mobilitare tutta la nostra concentrazione e orientarla su un punto. Forse il Flow nelle attività rischiose non è altro che una tra le tante risposte possibili del mondo occidentale alla meditazione orientale.”
Guardo ancora fuori, attraverso il vetro della cabina, ma i miei occhi non vedono… sto rievocando immaginativamente l’esperienza vissuta alcune settimane or sono… quando mi sono ritrovato a duemila e duecento metri di quota che giravo una termica nell’azzurro cristallino del cielo insieme ad un magnifico esemplare di falco pellegrino. Non credo che potrò mai trovare parole per descrivere adeguatamente ciò che ho provato.
Driiinn… mi scuoto. Siamo arrivati… Le porte della cabina si aprono e tutti scendiamo sul piazzale adiacente alla stazione della funivia. Mi sto caricando il sacco sulle spalle quando la signora grassottella, stringendo il figlio per un braccio, mi passa accanto e:
– Mi raccomando, stia attento…
Mi giro, fingendo di guardare il panorama e, non visto, mi gratto i “così detti”. Poi mi volto, ancora una volta:
– Stia tranquilla signora, …è tutto accuratamente calcolato – e intanto sorrido. Poi, colto da un impulso improvviso, sfilo dal giubbotto che indosso il piccolo distintivo del club a cui appartengo e con lo sguardo catturo l’interesse del figlio che non aveva smesso un attimo di divincolarsi dalla stretta materna.
– Allora… Marcolino? Dobbiamo salutarci… ma se mi prometti che farai il bravo ti regalerò questo distintivo… lo vuoi?
– Uaaauuu… certo che lo voglio.
– Allora d’accordo… prendi… è tuo.
– Ma non doveva, signore – si intromette la madre – Marcolino dì almeno grazie…
– Non si preoccupi, signora… è stato un piacere. Davvero…
E mi allontano guardando Marcolino che, oramai tranquillo, contempla estasiato la mia patacca. E’ un piccolo distintivo rotondo, di latta; ci sono disegnate due ali gialle su sfondo azzurro; sotto, sempre in giallo, c’è scritto: Io volo libero!

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